Ricordando il vescovo Romero

 “Se mi uccideranno risorgerò nel popolo salvadoregno”

 

Ricordo perfettamente l’emozione, lo sgomento, la paura che suscitò la notizia dell’assassinio di mons. Romero in quel lontano 24 marzo 1980… E questa memoria non ha niente a che vedere con quel revival di figure e di idee che ha popolato la gioventù di tutti noi. Mons. Romero è presente per ben altri motivi.

Quando fu ordinato vescovo nel 1974, Romero era una persona moderata, sospettosa verso tutto ciò che metteva in discussione l’ordine costituito. Tuttavia possedeva una grande virtù: sapeva ascoltare. Così quando vide cadere intorno a sé, assassinati dagli squadroni della morte, un numero sempre maggiore di sacerdoti e di laici colpevoli solo di vivere la tensione evangelica verso i poveri, Romero cominciò ad interrogarsi seriamente sulla propria vita e sulle scelte pastorali. Come ebbe spesso a ricordare, furono le morti dei suoi sacerdoti a convertirlo, a farlo non solo riflettere, ma a costringerlo  a cambiare atteggiamento nei confronti di un regime sempre più violento nel reprimere tutto ciò che si discostava dalla pura obbedienza alla legge del più forte.

Da quel momento mons. Romero divenne e si mantenne fino alla fine l’unica voce non violenta capace di opporsi con successo alle ondate di violenza del regime. Questa fedeltà non venne mai meno. Sicuramente quando la domenica prima di essere ucciso sull’altare pronunciò quelle parole: “In nome di Dio vi prego, vi scongiuro, vi ordino: non uccidete! Soldati, gettate le armi…”, sapeva benissimo che gli potevano costare la vita, ma non tacque.

Mons. Romero incarna quell’essere Chiesa che attraverso la capacità di ascolto, di conversione e di fedeltà alle scelte fatte è un modello nel quale vorremmo riconoscerci tutti. Per questo quel 24 marzo 1980 è così vicino a noi.

Per approfondire proponiamo un testo del teologo salvadoregno Jon Sobrino pubblicato dalla rivista Concilium

Circolazione vitale

drop-box-folder-white-iconLa Chiesa, amata e contestata. C’è un aspetto che non tutti vedono: la Chiesa come circolazione vitale. Quando c’è comunicazione, quando c’è scambio, quando c’è corresponsabilità…

La richiesta del vescovo di avere dei «ritorni» sulla sua ultima lettera pastorale è l’occasione per mettere in moto questo flusso. Il sito potrebbe diventare un canale, per cui provo ad aprire la strada nella speranza che altri seguano.

Non pretendo di fare grandi analisi. Mi limito a segnalare due segni che conosco, perché sono parte della mia esperienza. Li considero due possibili modi di trasmettere la fede battesimale che vanno nella direzione indicata dal vescovo.

Da alcuni mesi, con un gruppo di genitori di bambini dai 2 ai 5 anni, proponiamo ai piccoli un’attività per farli accostare, durante la Messa, alla Parola del giorno. Nata dalla difficoltà pratica di partecipare alla liturgia con i piccoli, questa esperienza fa condividere a genitori e figli l’ascolto della Parola.

È partito a Crema il nuovo Centro di ascolto delle povertà. L’ascoltare, l’esserci, il mettersi a disposizione è un annuncio muto, ma forte. Alla comunità dice: «Vivere il battesimo non è ripiegarci narcisisticamente su noi stessi, ma coinvolgerci, esserci per gli altri». Per tutti, è una «carta d’identità» della comunità cristiana.

Offro anche qualche spunto, rimandando agli articoli della settimana per ulteriori elementi con cui arricchire il quadro.

Per il cammino futuro: vale la pena di aggiungere nuove proposte e prospettive? Piuttosto, non sarebbe meglio metterne a fuoco alcune tra quelle toccate in questi anni per sottolinearle e approfondirle?

Le unità pastorali, le collaborazioni tra parrocchie, il diaconato permanente… Sono accorgimenti per arrivare a parrocchie più grandi, perché ci sono meno preti? Oppure, sono occasioni per ripensare il modello di parrocchia? Riusciamo a immaginare le parrocchie dei prossimi vent’anni? E quali figure di preti e di laici le animeranno?

Infine, l’essere cristiani spesso sembra consistere nella partecipazione a determinate «attività ecclesiali». Sembra meno importante la preghiera come possibilità di aprirci a Dio, di ascoltare la sua voce e di entrare in comunione con lui e dunque con gli essere umani e con tutte le creature del cosmo. Non è un rischio che corriamo anche noi, nella nostra programmazione pastorale?

E ora parliamo di soldi...

documents-folder-white-iconIl denaro è per gli uomini, o sono gli uomini schiavi del denaro?

La domanda nasce da un intreccio di circostanze, vicine e lontane. Vengono alla luce, nella politica di ogni segno, nuovi episodi di malaffare con cui i partiti non fanno i conti fino in fondo. Nella trasmissione di Gad Lerner, il giornalista Gianluigi Nuzzi ha descritto gravi illeciti finanziari commessi da personalità, anche ecclesiali, legate allo IOR e documentati da un libro finora mai smentito. Intanto, il servizio iniziato qui a Crema, con il neonato Centro di ascolto delle povertà, sta facendo incontrare a me e ad altri persone piegate dalla crisi economica.

L’accaparramento di denaro e le nuove disuguaglianze sono due facce di un’iniquità sociale, diffusa. Alla radice di tutte queste situazioni, non c’è forse il nostro rapporto con i soldi? Ecco perché, con l’inizio della quaresima, vale la pena di tornare a riflettere sul Fondo famiglie solidali, istituito l’anno scorso anche nella nostra diocesi.

Il suo valore non sta solo in una raccolta episodica di denaro, ma nell’educare a far entrare stabilmente i poveri nel proprio bilancio, una condivisione che prosegue nel tempo. È un aspetto che purtroppo trova scarso riscontro nella nostra realtà. Facciamo fatica a passare dalla logica del «mio» a quella del «nostro».

Percorrere questa strada porterebbe lontano. Le scelte più importanti riguardo alla gestione di beni e capitali potrebbero essere oggetto di un confronto aperto e partecipato a livello parrocchiale, diocesano, ma anche nazionale sulle risorse dell’8 per mille. Laici, preti e vescovi che riflettono insieme su come compiere gesti evangelici, mettendo gli ultimi al primo posto: sarebbe un grande segno di comunione e corresponsabilità! E di credibilità!

Il discorso avrebbe anche un valore civile: coinvolgere la cittadinanza quando ci sono in gioco risorse che sono per tutti, al di là degli interessi partitici. Pensiamo ai casi locali del mercato coperto e dell’asilo Montessori.

 Sogno o utopia possibile? Dipende dalla conversione a cui ci chiama la quaresima: schierarci interiormente su un lato del crinale del «Beati voi poveri… Guai a voi ricchi» di Luca 6,20.24. Dove sta di casa il nostro cuore? Dov’è il nostro tesoro?

I cattivi maestri della "grande" politica

documents-folder-white-iconIl Cremasco non è sicuramente un grande territorio, ma non per questo è esente dalle dinamiche della “grande” politica. Le richieste di favoritismi si incontrano spesso in molti dei nostri paesi e, questo, non fa onore ai politici locali di qualsiasi ispirazione siano ma, soprattutto, se cattolici. I politici cattolici, con la sparizione di partiti di forte ispirazione cristiana, si sono “sparpagliati” in tutti i partiti presenti sul territorio italiano ma, nonostante questo, dovrebbero essere accumunati da uno spiccato senso del bene comune, dalla lotta contra la corruzione (piccola o grande che sia), dalla gratuità, ecc… All’inizio dell’ultima sessione del Consiglio Episcopale Permanente il Card. Bagnasco è intervenuto con queste parole: «Mentre incoraggiamo i cattolici impegnati in politica ad essere sempre coerenti con la fede che include ed eleva ogni istanza e valore veramente umani, vorrei che questa stagione contribuisse a far sorgere una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni».

Il territorio cremasco, appunto perché piccolo, potrebbe facilmente far nascere questa nuova classe politica volta a rinnovare le nostre amministrazioni locali a volte lontane dal sentire “la cosa pubblica come importante e alta” perché troppo impegnate in giochi di potere.

Questo numero di aOcchiAperti.org  innesca la “seconda fase” di questa esperienza: i contributi pubblicati sono quasi tutti preparati da autori locali che risiedono nel cremasco e trattano tematiche locali; il nostro intento è quello di ampliare sempre più questo aspetto così da provocare una riflessione e un dibattito calato sul nostro territorio.

La Decrescita Felice

documents-folder-white-iconQuesto non vuole essere uno spot per un’associazione o un movimento, ma una promozione di un modo diverso di vedere il futuro.  Un futuro dove la parola d’ordine è “presa di coscienza”, dove “crescita” non significa per forza maggiore produzione, maggiore consumo o maggiore tecnologia, ma maggiore qualità nei prodotti e nelle relazioni, maggiore risparmio energetico ed ambientale, in una sola parola: maggiore COSCIENZA! Tutto questo non potrà non portarci verso una maggiore qualità della vita, non dettata dall’avere ma dall’essere, riducendo la smania di possedere e di consumare tipica della società odierna.

Questo modo di affrontare il futuro considera il tema dei “nuovi stili di vita” in un’ottica globale, a 360°, senza suddividerli in consumo, salvaguardia del creato, relazioni, ecc… ma ci impone una rimessa in discussione totale delle nostre scale di priorità, o meglio, di quelle priorità indotte dai media e dalla nostra società del consumo. È un approccio globale che va affrontato su più ambiti e, sicuramente, su più livelli passando dal personale al comunitario arrivando ad un livello istituzionale. Occorre mettere in discussione il PIL come unico indicatore di crescita (già Robert Kennedy nel 1968 aveva affrontato il tema), gli obiettivi delle grandi aziende (volgendo la loro produzione sulla qualità e non sulla quantità, inserendo come parametri di valutazione e di benefit fiscali anche la qualità del posto di lavoro, il trattamento dei lavoratori, ecc..) e anche le priorità delle nostre amministrazioni comunali grandi o piccole che siano, troppo impegnate a far quadrare bilanci non sempre nell’ottica del bene comune.

Non so se tutto questo sia una novità, sicuramente è un movimento che ci invita a cambiare prospettiva nel guardare il futuro e che sta coinvolgendo sempre più persone (fisiche e giuridiche). Tra queste ci sono filosofi, politici, economi, professori, educatori ed artisti. Molti sono i modi per affrontare questo messaggio, uno di questi è la musica; mi piace lasciarvi con una canzone di Adriano Bono “Viva la decrescita”: Buon Ascolto!

Claudio Dagheti

Un segno dei tempi


Si tratta delle migrazioni. E non c’è definizione più evangelica che potessero trovare i 320 delegati provenienti da ogni parte del mondo che nel mese di novembre si sono riuniti in Vaticano, in occasione del VI Congresso mondiale organizzato dal Pontificio Consiglio della Pastorale dei Migranti e degli Itineranti per riflettere sul tema: “
Una risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della globalizzazione”.

Ne è uscito un documento ampio e articolato che proponiamo ai lettori nella sezione “Testi e documenti”.

Il traffico di esseri umani, i sequestri di persona, il lavoro forzato, le nuove forme di schiavitù che hanno come esito l’avviamento di donne e bambini alla prostituzione e al lavoro illegale sono aspetti ormai indissolubili con la realtà migratoria. A questi si aggiungono altre esperienze drammatiche di sofferenza umana: pensiamo a coloro che tentano di attraversare il deserto o il mare e, quando ci riescono, viene loro negato l’accesso e vengono respinti. Infine, come se non bastasse, i Paesi di accoglienza non hanno la capacità e la voglia di farsi carico dei nuovi arrivi, ma attuano un atteggiamento a dir poco difensivo e politiche migratorie di chiusura.

Eppure la realtà ci insegna che in contraddizione con gli atteggiamenti restrittivi, le economie mondiali hanno bisogno della mobilità umana e la promuovono. 

Un segno dei tempi, quello delle migrazioni, che rappresenta una sfida pastorale prioritaria e che esige risposte concrete immediate.

 

In primo luogo con la creazione di un’Autorità politica mondiale che si occupi delle questioni relative all’immigrazione. Poi con l’organizzazione di campagne internazionali contro la discriminazione, la xenofobia e il razzismo. In terzo luogo con la promozione di incontri interculturali e di progetti per neutralizzare paure razziali e culturali, sospetto e diffidenza.

 

Una sfida enorme che le nostre Chiese, a tutti i livelli devono affrontare, partendo dalle molte, anche se piccole, esperienze già in atto che vanno coordinate, potenziate e finalmente valorizzate.

 

Enrico Fantoni

 

Pace col creato

documents-folder-white-icon“La crisi ecologica offre una storica opportunità per elaborare una risposta collettiva volta a convertire il modello di sviluppo globale in una direzione più rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori propri della carità nella verità. Auspico, pertanto, l’adozione di un modello di sviluppo fondato sulla centralità dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani”.

Questa frase è il perno intorno al quale ruota il documento che papa Benedetto XVI ha scritto in occasione della Giornata della Pace:”Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”.

Dopo aver esaminato i danni che gli uomini hanno compiuto e continuano a compiere, mantenendo un rapporto di puro e semplice sfruttamento nei confronti della terra, il pontefice chiede un cambiamento di rotta: centralità dell’uomo, condivisione dei beni, nuovi stili di vita, capacità di progettare il futuro.

Non sono una novità. Sono duemila anni che il Vangelo ci ripete che l’uomo è più importante del sabato, che dobbiamo distribuire i pani e i pesci, che non bisogna prendere due tuniche, che è necessario essere astuti come serpenti… Tuttavia se siamo arrivati alla drammatica situazione denunciata anche dal papa qualcosa non ha funzionato.

E’ necessario cambiare vita. Se, come dice p. Turoldo, conversione è cambiare modo di pensare al punto che sarà beato il povero e non il ricco, ci rendiamo conto di quale rovesciamento di valori e di comportamenti siamo chiamati ad operare. Che l’imminente Quaresima sia un’occasione per riflettere e… non solo. Diamoci da fare.

Enrico Fantoni

Per approfondire: leggi il messaggio di Benedetto XVI "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato"