Disagio e fermento

Questo sito ha suscitato in chi già lo conosce apprezzamento, ma anche - inutile nasconderlo - riserve e forti obiezioni. Dal momento che la polemica non è mai produttiva, vorrei raccontare tre fatti che testimoniano come questo progetto risponda a un bisogno reale.

E' appena nato un altro sito, di ben altro livello, che un po' ci assomiglia. Si chiama Vino Nuovo, si definisce un "blog collettivo" e nasce dall'iniziativa di giornalisti cattolici di orientamenti diversi. Tra loro: Luigi Accattoli, Diego Andreatta, Roberto Beretta, Giorgio Bernardelli, Fabio Colagrande, Filippo Di Giacomo, Gerolamo Fazzini, Francesca Lozito, Guido Mocellin, Paola Springhetti, Andrea Tornielli, Annachiara Valle, Aldo Maria Valli.

Nella presentazione, esprimono un'esigenza in cui mi riconosco in pieno.

Ci è capitato tante volte di avvertire il bisogno di un luogo in cui scambiarsi opinioni con grande libertà sul nostro essere cattolici oggi in Italia. Un posto dove provare a ragionare insieme senza pregiudizi, e dove non ci si scandalizzi a priori se due cattolici esprimono idee tra loro diverse, quando entrambe nascono dalla voglia di testimoniare il Vangelo. Ne sentiamo il bisogno soprattutto in questa stagione ecclesiale segnata da pagine dolorose, ma anche da qualche veleno di troppo. Come sarebbe utile - invece - un luogo in cui non si parte subito lancia in resta, ma si prova a riflettere insieme. Senza giocare a fare gli oracoli, senza paura di riconoscere che magari abbiamo sbagliato, ma anche con la preoccupazione di non teorizzare una Chiesa in cui c'è posto solo per gli eletti, quelli bravi, che poi alla fine sono sempre e solo quelli che la pensano come noi.

A Trieste, il settimanale cattolico Vita Nuova, ha pubblicato a dicembre la lettera di otto preti alquanto critici sull'attuale situazione politico-ecclesiale in seguito alla quale il vescovo decise di chiudere la rubrica della posta dei lettori. Sul numero del 23 aprile, la direttrice Fabiana Martini ripristinò la rubrica spiegando come in 90 anni di attività, il settimanale abbia sempre cercato di essere "un laboratorio di relazioni e un luogo di dialogo aperto a tutti, dove nessuno ha mai pestato i piedi e dove ciascuno si è impegnato a realizzare una sinfonica coabitazione di tante voci diverse ma non dissonanti, dove tutte le componenti della diocesi hanno trovato spazio e dove non è mai mancata la partecipazione profonda e attiva alle questioni che hanno interessato la società civile". Hanno fatto seguito la rimozione della direttrice e le dimissioni di 20 collaboratori del giornale in segno di solidarietà.

Infine, il 26 maggio ho incontrato a Cremona i membri di un'associazione cattolica che mi hanno chiesto un intervento per riflettere assieme sull'attuale scenario ecclesiale. Anche loro hanno manifestato il desiderio di spazi in cui i credenti "comuni" possano esprimere liberamente le proprie opinioni su come i cristiani possono testimoniare la fede nella società di oggi. Qui non è in questione la fede, ma il modo di viverla e di annunciarla. E' un tema su cui c'è disagio e fermento.

Per approfondire: leggi la Presentazione e il Progetto di Vino Nuovo.

Le ragioni della speranza

C'è anche un deficit di speranza da registrare.

Ed è un deficit non da poco, perché va a sommarsi ad altri deficit che in questi ultimi mesi, per non dire settimane, si sono accumulati davanti ai nostri occhi ed hanno pesato sui nostri cuori.

La cronica mancanza di lavoro dei giovani, il numero sempre maggiore di precari, la crisi economica che si involve, la disoccupazione crescente, il cinismo di chi specula in borsa, la svalutazione della moneta e, ultimamente, il riprendere vigore della corruzione come stile di vita gettano lunghe ombre sul presente e sul prossimo futuro.

Anche nella Chiesa la situazione è alquanto grigia. Nonostante l'ammirevole sforzo di papa Benedetto XVI di fare chiarezza, si percepisce con amarezza che tante cose, nel recente passato, non sono state condotte con la dovuta trasparenza e linearità.

Per chi ha dimestichezza con la Storia sa che nel passato l'umanità si è trovata ad affrontare situazioni ben peggiori e drammatiche e che anche la Chiesa, tra antipapi, scismi e corruzioni si è trovata in acque anche più tempestose delle attuali. Tuttavia per chi, come me, non si accontenta di una visione puramente storicistica, né si illude di un generico quanto banale "verranno tempi migliori", ma crede fermamente che la speranza vada coltivata come il granello di senape, c'è una sola strada: il movimento ecumenico.

Dice il teologo Luigi Sartori: "Sento che questa concezione non è una piccola strategia per metterci d'accodo tra cristiani, bensì è l'anima della vera nuova cultura. Io non posso più vivere senza gli altri, devo vivere con gli altri. Allora devo condividere con loro la speranza e soprattutto l'amare. O il mondo si lascia dominare da una civiltà, da una cultura globale dell'amore, oppure si spegnerà.

Ecco cos'è l'ecumenismo vero: saper vivere con la diversità, anche quella che ci contrasta, che ci sembra concorrente: esso chiama tutti a sperare insieme, e quindi produrre e vivere una speranza globale e plenaria nel futuro. La fede deve diventare un con-credere, un saper credere non da soli, non contro gli altri, ma insieme con gli altri."

Dobbiamo costruire un cristianesimo più maturo, non per combattere gli altri, ma per abbracciare gli altri, perché l'umanità speri e creda insieme.

"Chi te lo fa fare?"

In seguito al susseguirsi di rivelazioni sugli abusi sessuali da parte di esponenti del clero cattolico, una persona mi ha chiesto scherzando, ma fino a un certo punto: «Chi te lo fa fare a essere cattolico? Non puoi credere in Dio e negli stessi valori anche senza la Chiesa?».

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Una piccola voce

Ho ascoltato una piccola voce. Era un sussurro appena udibile, perché veniva da un uomo segnato dalla vecchiaia e da anni di lavoro in in fabbrica e in ospedale. Il suo nome è Luisito Bianchi. E' un prete.

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GESÙ, FUORI DAL COMUNE - il suo sogno era troppo diverso, fuori misura

documents-folder-white-iconÈ morto fuori. L’hanno ucciso fuori. Fuori dalla città. E l’hanno deposto in fretta dalla croce. Era vicina la festa, la più grande delle feste e non sarebbe stato un bello spettacolo vedere un uomo inchiodato alla croce.

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Il prezzo del silenzio

a cura della Redazione di “Mosaico di pace” n. 4/2010

 

E’ pesante come un macigno la triste verità che emerge dai recenti avvenimenti che coinvolgono la Chiesa cattolica, in particolare in alcune nazioni.

sites-folder-white-iconPerché su un tema così scabroso affiorano vecchie politiche di silenzio delle gerarchie, coniugate a modalità omertose e spesso ipocrite. Siamo noi tutti, chiesa, a pagarne il prezzo più alto. Perché la polvere sotto i tappeti prima o poi emana il suo fetore e si aggravano le responsabilità di chi non ha avuto il coraggio di compiere scelte, doverose e necessarie, di rottura e di legalità, al momento opportuno e senza esitazioni. Scelte di denuncia dei responsabili all’autorità giudiziaria, di punizione dei colpevoli, di risarcimento delle vittime e delle loro famiglie. Scelte di trasparenza  e di “riparazione” delle ferite del corpo e dell’anima delle persone offese.

Perché le persone, tutte, valgono. Ma i bambini ancora di più. Essi sono il volto innocente e pulito di questa nostra contraddittoria umanità. Eppure, molti, troppi di questi bambini sono stati violati. Doppiamente violati, dall’abuso e dal suo sottacerlo. Proprio nei luoghi massimamente eletti per la loro formazione. Luoghi religiosi, di culto. Di affidamento a una speciale responsabilità e cura. Nei quali ha finito per prevalere un’irresponsabile politica di silenzio e di segretezza.

Qualcosa si è incrinato. E’ tempo di rompere il silenzio, di far tesoro di questo inciampo e di cambiare non solo su reati ripugnanti come la pedofilia. Le strade di censura e di “prudenziali omissioni” rivelano tutta la loro fallibilità.

La lezione è dura, ma inequivocabile, in questo senso. Per aprire una riflessione autentica è necessario, prima di tutto, accogliere con maturità le critiche anche sofferte che provengono da più parti e non nascondersi dietro tesi auto assolutorie – “certo ci sono pedofili nella Chiesa, ma fuori ancor di più” – o teorie politiche  e complottarde – “chi sta dietro a questo attacco alla Chiesa?”.

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Dopo il voto

Il voto del 28-29 marzo era importante per il numero di regioni coinvolte. Ha anche offerto molti spunti di riflessione sull’impegno dei cristiani in politica, un tema importante per questo sito. Condivido allora alcune considerazioni che sono personali e non dell’intero gruppo redazionale.

1. Ha vinto il partito del non voto: l’astensione (oltre il 35%) ha superato il livello fisiologico. Anche in Lombardia. Sempre più cittadini rifiutano questa politica, incatenata dall’egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto, e non trovano alternative credibili. Un primo compito della comunità cristiana non è quello di essere attenti alle loro voci e alle loro esigenze, davanti a questo evidente vuoto di rappresentanza?

2. Non si può negare, comunque la si pensi, che in queste elezioni c’è stato un serio problema di informazione, anche per l’interferenza della politica. Se si mettono a tacere delle voci, è sempre un danno per la democrazia. Alla fine, non si è di fatto parlato di programmi, di progetti, di problemi. Abbiamo avuto l’ennesimo referendum pro o contro Berlusconi, quando invece si trattava di un voto amministrativo. Anche i partiti dell’opposizione appaiono spesso lontani dal territorio e dalle situazioni che toccano le persone, più impegnati in giochi di alleanze e lotte di potere. Tra tutti, la Lega è senz’altro più attenta a questa dimensione e al ricambio dei candidati. Un altro impegno per i cattolici, allora, è quello di essere sentinelle che tengono desta l’attenzione sul Paese reale.

3. Nel mondo cattolico, l’attenzione dedicata al «caso Bonino» forse ha monopolizzato eccessivamente il confronto e condizionato la percezione dell’intera consultazione, confondendo la parte con il tutto. Alcune interpretazioni hanno suggerito una contrapposizione tra uno schieramento vicino al messaggio cristiano e uno avverso ad esso. Non è stato così. Vale la pena ricordare quanto scrivevano i vescovi della Lombardia nel 2006: «A nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa» (Gaudium et spes, n. 43). Di conseguenza, ci si deve guardare dalla tentazione di presentare se stessi o il proprio schieramento come il migliore o persino come l’unico interprete della dottrina sociale della Chiesa e dei suoi valori e principi, tacciando gli altri fratelli nella fede di minore fedeltà al Vangelo o di incoerenza con esso.
Nello stesso tempo dobbiamo sentirci impegnati a promuovere un’azione educativa costante e capace di aiutare tutti alla comune condivisione dei medesimi principi ispirati alla retta ragione e al Vangelo e, insieme, al rispetto delle posizioni e delle scelte “pratiche” di ciascuno. Infatti, dalla medesima fede e dal riferimento alla stessa ispirazione cristiana non derivano necessariamente identiche scelte programmatiche, politiche e di schieramento. Di conseguenza il giudizio su queste scelte non può essere formulato in nome della fede e dell’appartenenza ecclesiale.
Ai cattolici, perciò, non tocca benedire o demonizzare nessuna parte politica, ma saper valutare i comportamenti e le scelte con sguardo libero e critico, al di là delle preferenze personali.
(continua)

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