Il pane e la politica

(di Diego Ruggiero) Una pagina evangelica può dirci molto su come affrontare la sfida concreta (e oggi attualissima) di rispondere a un bisogno fondamentale della gente (dal sito Vino Nuovo).

Leggi tutto...

La famiglia, luogo di amore, fiducia e speranza

(di Enzo Bianchi) Riproduciamo la prima parte dell'intervento tenuto l'1 giugno a Family 2012 dal priore di Bose, che è stato tra gli oratori dell'incontro mondiale delle famiglie.

Leggi tutto...

SALVIAMO LO STATO SOCIALE

Salvare lo stato sociale significa contribuire a sostenere l’Italia con risorse da valorizzare,senza lasciare che naufraghino. Nel nostro Paese, purtroppo, negli ultimi anni, il welfare è stato eroso da progressivi quanto sanguinosi tagli. Chiediamo che il necessario rigore per risanare il Paese coinvolga tutti, nessuno escluso, gravando equamente sulle spalle di ciascuno, secondo i pesiche ciascuno può portare. A chi più ha, più deve venire chiesto. Nessuno dev’essere lasciato indietro. Abbattimento di insensati quanto onerosi privilegi, lotta all’evasione fiscale, contrasto ai fenomeni di corruzione, drastica riduzione delle spese militari: i soldi vanno presi là dove
ci sono. È intollerabile che non si possa finanziare il Fondo per la non autosufficienza e si continuino a riempire gli arsenali. È solo un esempio, tra tanti possibili. Non è soltanto una questione etica, di giustizia o di tenuta della coesione sociale. È un problema che va dritto al cuore del patto che fonda il nostro sistema. Democrazia, infatti, significa anche che ciascuno possa costruire autonomamente il proprio progetto di vita, partendo da opportunità che vanno garantite nel campo educativo. Un corretto sistema di protezione sociale aiuta i cittadini a realizzarsi consentendo di affrontare le difficoltà individuali (handicap,malattie, infortuni) e gli effetti dei cambiamenti sociali ed economici che possono incidere pesantemente sulla vita delle persone. Il modello sociale europeo è nato proprio dal riconoscimento che, abbandonando gli individui a sé stessi, perderemmo o non valorizzeremmo molte energie, creatività, aspirazioni: creare le condizioni per sviluppare queste risorse è diventato il compito di una responsabilità pubblica, collettiva, ancorata alla tutela dei diritti di cittadinanza. Questo chiediamo. Sappiamo di non essere soli a farlo.

don Vinicio Albanesi, don Luigi Ciotti, don Antonio Mazzi, don Armando Zappolini

(da Famiglia Cristiana)

La fede è un fatto quotidiano

Appunti sulla fede (2)

 

Riapro queste annotazioni verso l'anno della fede, con le parole della teologa Adriana Zarri che critica l'identificazione della fede con l'adesione razionale a determinati contenuti, riducendola così a fatto intellettuale.


Non credo che la fede sia questo, principalmente questo e soltanto questo. Penso che la fede sia soprattutto una fiducia, un abbandono, una disponibilità, una disposizione all'ascolto che poi, essendo un fatto globale, coinvolge anche l'intelligenza, anche l'adesione razionale, ma non principalmente. Comunque è un fatto profondo, è un fatto interiore, è un dono, i teologi dicono che è un dono infuso, è un dono di Dio, non è che noi lo possiamo conquistare o guadagnare, non si guadagna l'Infinito perché la fede è una partecipazione di Dio. La Grazia è detta partecipazione di Dio e possimao, questo sì, metterci in determinate disposizioni che facilitino l'accoglienza di questo dono. Dobbiamo metterci soprattutto in atteggiamento di accoglienza, ma è un fatto puramente interiore.

 

Sono considerazioni tratte dal libro Teologia del quotidiano, appena pubblicato da Einaudi, che raccoglie alcuni degli scritti più significativi di questa cristiana atipica.

La centralità del quotidiano nell'esperienza di fede ha contraddistinto, prima ancora che la riflessione, la vita di Adrianza Zarri, soprattutto durante i 35 anni della sua vita eremitica, scelta non per alienarsi, ma per giungere alla profondità delle piccole cose delle esistenza umana.

 

Dio si raggiunge dagli umili e insignificanti gesti della nostra esistenza. La fede non è una "cosa altra" che si aggiunge e si sovrappone al resto della vita, con la pretesa di occupare la posizione gerarchicamente più importante, ma rimanendo di fatto estranea ad essa.

 

La fede cambia lo stare nel mondo, lo trasfigura, ma non lo sostituisce e non lo soppianta. Non sta fuori dalla vita, ma dentro. Non è negazione dell'umanità, ma umanizzazione, così come Gesù di Nazaret ci ha mostrato la pienezza dell'umanità. In questa chiave, può risultare persuasiva e comprensibile al nostro tempo.

 

Christian Albini

La sfida della famiglia oggi

(di Serena Noceti) Dopo Family 2012, che cosa significa occuparsi di famiglia oggi?

Leggi tutto...

Una fede che unisce e non divide

Appunti sulla fede (1).

 

La Chiesa cattolica si avvicina all'anno della fede, indetto da Benedetto XVI. Dovrebbe essere un'occasione per mettere a fuoco ciò che è essenziale per un cristiano. Vorrei dare anch'io un contributo, iniziando questi appunti che conto di portare avanti nei prossimi mesi.

 

Comincio chiedendomi: che scopo ha interrogarsi sulla propria fede? C'è un primo rischio da evitare, cioè che si tratti di un atto autoreferenziale. In tal caso, l'anno della fede sarebbe un evento che interessa solo i cattolici e non va in nessun modo a toccare tutti coloro che non lo sono. In un mondo globalizzato e plurale, dove non c'è più una "società cristiana", non ci si può rivolgere solo a se stessi, fingendo che gli altri non esistano o non contino. Sarebbe l'atteggiamento di una setta, ripiegata su se stessa che non sa stare e comunicare nel mondo che cambia.

 

Alla base dell'autoreferenzialità, sta l'equivoco di confondere l'esperienza di Dio con un'identità religiosa da ribadire e affermare.

 

La tentazione identitaria è una delle vie di fuga più facili, in questi nostri tempi minacciati dall'angoscia: sottolineare che cosa ci differenzia dagli altri in chiave di esclusione e contrapposizione, per sentirsi rassicurati e superiori. E' quella che il teologo Paolo Gamberini definisce "identità senza l'altro", tendenzialmente fissista.

L'autentico è dato a priori ed è già contenuto in se stessi: gli altri, quelli là fuori, possono solo inquinare o distrarre dalla purezza identitaria. L'identità religiosa viene quindi costruita attraverso confini rigidi ed esclusivi. Ci si chiude verso l'altro, o nel caso più estremo, si arriva all'epurazione dell'altro.

 

Questa visione delle cose finisce con il giustificare il disprezzo o perfino la violenza, dal momento che l'altro è colui che sta nell'errore e non gli si possono perciò riconoscere piena dignità e pieni diritti. Possiamo riscontrare un tale modo di pensare in vari momenti della storia cristiana e anche in figure di prima grandezza, per dire quanto sia un virus contagioso e pericoloso.

 

Si pensi a quanto afferma S. Agostino nella sua Epistola 125 a proposito della persecuzione:

La chiesa perseguita per amore, gli empi per crudeltà.

 

Qualcuno dirà che si tratta di altri tempi e di un'altra mentalità, che non possiamo giudicare con i parametri di oggi. Non dobbiamo, però, dimenticare che prima di Agostino, nella lettera a Diogneto troviamo un messaggio ben diverso:

A Dio non si addice la violenza. Dio mandò suo figlio per chiamare non per perseguitare; lo mandò per amore non per giudicare (VII, 4).

 

Dovrebbe risultare evidente che quest'ultimo atteggiamento è davvero conforme a Gesù e al Vangelo.

 

Una fede che ha bisogno del disprezzo e della forza, per essere annunciata agli uomini, non è né forte nè autentica. E' piuttosto debole e superficiale. Non fa affidamento sullo Spirito del Signore e sulla sua Parola, ma ha di mira la conquista. Nasconde l'amore di sé, il desiderio di imporsi sugli altri, strumentalizzando Dio come alibi.


Se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla (1 Cor 13,2).

 

La vera fede si associa alla carità, avvicina agli altri.


Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5,22).

 

Nel nostro tempo diviso e in preda all'angoscia, la vera fede non favorisce il conflitto ma è un segno di unità. Oggi, 21 maggio, l'icona della fede che unisce sono i 7 monaci trappisti di Thibirine, uccisi nel 1996 e la cui vicenda è stata raccontata anche nel film Uomini di Dio.



Christian Albini

Nodi irrisolti della Chiesa cattolica

Islam, ricchezza e povertà, autorità nella Chiesa cattolica, questione antropologica nelle riflessioni di un gesuita italiano.

Leggi tutto...