Solidarietà

Le lavoratrici OMSA invitano ad essere solidali con loro, boicottando i marchi:
Philippe Matignon - Sisi - Omsa - Golden Lady - Hue Donna - Hue Uomo - Saltallegro - Saltallegro Bebè- Serenella


La stessa cosa è successa alle lavoratrici della Perla, che ora ha trasferito la produzione in Cina, della Mandarina Duck, ecc.
Anche se il nostro caro presidente del consiglio parla di segni positivi ho la netta impressione che quest'anno e i prossimi a venire saranno davvero disastrosi per l'Italia. Amiche e amici, vi porto via un po' di tempo raccontandovi quello che sta succedendo in questi giorni a Faenza, più o meno nell'indifferenza generale.
Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso, non per mancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all'estero della produzione per maggiori guadagni. Il proprietario dell'OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia, dove ovviamente la manodopera, l'energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi.
Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte donne e non più giovanissime, a rimanere senza lavoro.
Le prospettive di impiego nel faentino sono scarse e le autorità hanno fatto poco e niente per incentivare Grassi a rimanere in Italia o per trovare soluzioni occupazionali alternative per i dipendenti, salvo poi spendere fiumi di parole di solidarietà adesso che non c'è più niente da fare. Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli dell'azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari, (tentativo documentato anche da Striscia la Notizia sabato scorso, ma ad onor del vero il servizio è stato brevissimo e piuttosto superficiale). Trovo sempre più allucinante che in Italia non esistano leggi che possano proteggere i lavoratori dall'essere trattati come mere fonti di reddito da lasciare in mezzo a una strada non appena si profili all'orizzonte l'eventualità di un guadagno più facile. Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali con loro,e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo girando questa mail a quante più persone potete se non altro per non alimentare l'indifferenza.
Le lavoratrici OMSA ringraziano quindi per l'aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendenti.

Più forti dell'odio

La persecuzione dei cristiani in Iraq è un fatto estremamente grave che solleva un importante interrogativo: come dovrebbero porsi dei credenti di fronte a fatti del genere?

Un aiuto al discernimento può venire dalla vicenda dei monaci di Tibhirine, uccisi dai fondamentalisti islamici algerini nel 1996 e tornata alla ribalta grazie al successo del film "Uomini di Dio" che racconta le loro ultime settimane.

Con la loro testimonianza e le loro scelte hanno dimostrato come si può essere "più forti dell'odio", seguendo la via di Gesù Cristo.

In questa pagina e nella successiva, pubblichiamo una presentazione video del film, alcuni spezzoni e un intervento di Enzo Bianchi che legge i fatti attuali alla luce del martirio dei sette trappisti.

Quando gli accattoni siamo noi

Da qualche tempo a questa parte Crema è una città diversa… Sembra tutto più difficile, anche i gesti più normali, più abituali diventano impegnativi, complicati, addirittura riprovevoli. Così succede che andare in bicicletta nella via più importante della città sia degno di punizione. Ma c’è di peggio! Da cinque mesi a questa parte è proibito chiedere l’elemosina. Avete capito bene: chiedere aiuto pubblicamente perché si ha fame, perché ci si trova in una situazione difficile è proibito. È anzi un reato e si rischiano 3000 Euro di multa, come è già successo a qualche malcapitato straniero in città.

Non ho mai pensato che chiedere l’elemosina sia una cosa bella, perché mi sono sempre messo nei panni di chi è costretto a chiedere, all’umiliazione che si prova a dover dipendere completamente dagli altri. Al contrario ho sempre pensato che dare una moneta, cioè fare l’elemosina, fosse il più semplice gesto d’amore. Anche troppo semplice si è detto a volte. Evidentemente l’amore non è più di moda!

Fortunatamente il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR), dietro preciso ricorso, ha sospeso l’ordinanza del sindaco e siamo in attesa delle motivazioni che saranno rese pubbliche nel mese di marzo. Tuttavia questo non basta. C’è bisogno di un lungo percorso di riflessione per recuperare il vero valore di cose e gesti come l’elemosina, il dono, l’accoglienza, l’attenzione al diverso…

Per questo Crema città aperta, l’associazione che raccoglie tutti coloro, singoli e gruppi, che fin dall’inizio si sono opposti e si oppongono all’ordinanza del sindaco, con il contributo del regista Fausto Lazzari, organizzano per sabato 30 ottobre, in piazza Duomo, sul sagrato della chiesa, dalle 15:45 alle 17:30 un’attività teatrale intitolata il PRESEPE DEGLI ACCATTONI.

Una dozzina di figuranti, che volutamente non saranno facce note, sullo sfondo dei muri del Duomo, rimarranno sul sagrato per qualche attimo immobili, come le statue di un presepio, in atteggiamenti precisi e raccontati nel fumetto che si materializzerà dietro le loro teste. Installazioni umane, accompagnate dalla musica dal vivo di alcuni artisti di strada, che per un paio di minuti diventeranno una fotografia che metterà a fuoco i diversi modi di vedere la situazione di chi chiede l’elemosina.
Un quadro, ad esempio, vedrà la figura di una donna sola, il cui fumetto recita con espressione dubitativa: “Ma chiedere l’elemosina è un reato?” Un altro sarà composto da tre individui. Il primo si chiede: “Ma chi sono questi accattoni?”; il secondo gli risponde con arroganza: “ Immigrati che disturbano e sporcano!” mentre un terzo: “Lo dicevano anche di noi italiani quando emigravamo: terroni e mafiosi!”. La folla che transiterà in piazza, difficilmente, potrà passare senza venire colpita dalle “statue del presepe degli accattoni”.

Per questo invitiamo tutti a partecipare, perché nel presepe degli accattoni nessuno è protagonista, ma tutti, figuranti e folla, saremo attori. Attori importanti che fanno la loro parte perché Crema torni ad essere una città accogliente e solidale.

Elogio del dissenso

L’assemblea applaude un uomo di mezza età che – imbarazzato o intimorito dalla vicinanza del potente – non riesce o non vuole prendere le distanze dalla richiesta formulata a mo’ di battuta “avrei una ragazza da sistemare… tra questi stands...”. E la risposta è “ci penso io”. Chi è quell’uomo? E chi sono quelli che applaudono?
Credo che possono essere la nostra fotografia. Di ognuno di noi quando, per paura, sudditanza, comodità o interesse, preferiamo assecondare, dare il consenso invece che esprimere il dissenso.
I potenti hanno sempre bisogno di consenso. Altrimenti il loro potere crolla. Questo vale a ogni livello, politico, economico, militare.
C’è il rischio di dare un consenso, anche se apparentemente molto lontano, a quanto sta succedendo in Iraq: la strage di cristiani nella chiesa siro-cattolica di domenica 31 ottobre, e poi tutte le altre violenze e uccisioni di questi giorni.
Un consenso fatto forse di silenzio, perché le notizie sui mass media sono altre.
Un consenso dato alla guerra per esportare la democrazia. Un consenso più o meno velato al grande affare della lobby delle armi made in Italy che è riuscita a vendere in Iraq, solo nel 2009, per oltre 3 miliardi di euro. Tutte per la sicurezza e la polizia?
Alcuni anni fa in un luogo in mano ai terroristi sono state trovate migliaia di armi leggere italiane, con il numero di matricola contraffatto, quasi una conferma che non erano state ‘rubate’ alla polizia locale, ma era una grossa fornitura... finita chissà come nelle mani dei terroristi. Ma il consenso alle armi è forte, anche perché porta molto denaro.
Proprio gli amici iracheni mi chiedevano in questi giorni: “Perché tante armi? Quali armi hanno in mano i terroristi? Chi le procura?”.
Forse c’è un consenso tacito al progetto di dividere l’Iraq in tre parti, Kurdi, Sunniti e Sciiti, eliminando così le minoranze.
Il consenso a volte è silenzioso, al limite dell’indifferenza.
E consenso ci viene chiesto anche nell’oratoria di guerra in questi giorni, vicini al 4 novembre, anniversario della vittoria e giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale. Quanta retorica! A Milano hanno pure collocato, come l’anno scorso, 2 aerei da guerra nientemeno che in piazza Duomo! Chi ha dato il consenso?
Quale consenso si chiede con gesti del genere?
Il consenso alle guerre di oggi, chiamate missioni di pace, utilizzando la memoria della prima guerra mondiale, degli oltre 650.000 mila morti ammazzati in quella che il Papa di allora definì “Un’inutile strage”.
Sì, ha usato proprio la parola ‘strage’, la stessa usata per descrivere e condannare quanto è successo in quella chiesa a Baghdad domenica scorsa.
È tragico che il potere usi anche i morti della prima guerra mondiale, magari chiamandoli eroi, quando invece erano semplicemente dei poveracci costretti a fare la guerra contro la loro voglia. E non si ricorda invece che l’opposizione popolare alla guerra era molto ampia e con la dichiarazione di guerra, crebbe anche nell’esercito. Su 5 milioni e 500 mila mobilitati per la prima Guerra Mondiale, 870.000 furono denunciati per insubordinazione. Oltre il 15%.
E sappiamo che chi non ubbidiva agli ordini di attacco al grido ‘avanti Savoia!’ veniva fucilato anche sul posto. Il potere, men che meno quello militare, non ammette dissenso...
Attenti allora a ogni forma di consenso data al potere, per non essere complici. Ce lo ricorda anche la campagna promozionale di Mosaico di pace.
E per finire, proprio pensando al 4 novembre: c’è una cosa molto diversa tra noi e chi è stato obbligato a far la prima guerra mondiale.
Loro non potevano opporsi. Cadorna aveva ordinato rappresaglie e fucilazioni immediate.
Loro non potevano negare il consenso. Noi si.

 

www.mosaicodipace.it

Via dalla guerra in Afghanistan!

Oggi altri quattro soldati italiani morti

La guerra in Afghanistan ci ha restituito oggi i corpi senza vita di altri quattro soldati italiani. Quanti ne dovranno morire ancora prima che la politica si assuma la responsabilità mettere fine a questa assurda tragedia?

Quanto sangue dovrà ancora scorrere prima che il Parlamento italiano decida di discutere apertamente e onestamente della guerra in Afghanistan e di tirar fuori l'Italia da questo disastro?

Quante bare si dovranno allineare davanti ai nostri occhi per spingere la Rai ad organizzare un serio dibattito sulla guerra in Afganistan? Quando il nostro servizio pubblico radiotelevisivo aiuterà gli italiani a capire cosa è accaduto, cosa sta succedendo e come si può fare per evitare altri morti? Quando succederà che a prendere la parola verranno invitati anche i costruttori di pace e non solo i soliti noti?

I nostri giovani soldati muoiono perché il governo continua a scaricare sui militari il compito di risolvere un problema enorme che i militari non hanno nessuna possibilità di risolvere. Per quanto ancora dovremo sopportare questo scempio?

Per questo, mentre ci uniamo al dolore straziante dei familiari di Gianmarco Manca, Marco Pedone, Sebastiano Ville, Francesco Vannozzi chiediamo ancora una volta all'Italia di abbandonare la via fallimentare e inconcludente della guerra e impegnarsi a costruire un'alternativa politica a questo inutile massacro di innocenti, di verità e di legalità.

L'exit strategy esiste: dobbiamo passare dall'impegno militare ad un impegno politico e civile a fianco delle popolazioni vittime decennali della guerra, dell'oppressione e della miseria. Dobbiamo sostenere la società civile afgana che s'impegna per il rispetto dei diritti umani, la ricostruzione e la riconciliazione (la più importante leva della democrazia in Afghanistan). Dobbiamo aumentare decisamente gli interventi di cooperazione con l'obiettivo di rispondere ai bisogni vitali della popolazione.

Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace

Perugia, 9 ottobre 2010