Il mondo che vogliamo

Crediamo nella eguaglianza di tutti gli esseri umani a prescindere dalle opinioni, dal sesso, dalla razza, dalla appartenenza etnica, politica, religiosa, dalla loro condizione sociale ed economica.

Ripudiamo la violenza, il terrorismo e la guerra come strumenti per risolvere le contese tra gli uomini, i popoli e gli stati.

Vogliamo un mondo basato sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul rispetto reciproco, sul dialogo, su un'equa distribuzione delle risorse.

Vogliamo un mondo in cui i governi garantiscano l'eguaglianza di base di tutti i membri della società, il diritto a cure mediche di elevata qualità e gratuite, il diritto a una istruzione pubblica che sviluppi la persona umana e ne arricchisca le conoscenze, il diritto a una libera informazione.

Nel nostro Paese assistiamo invece, da molti anni, alla progressiva e sistematica demolizione di ogni principio di convivenza civile.

Una gravissima deriva di barbarie è davanti ai nostri occhi.

In nome delle "alleanze internazionali", la classe politica italiana ha scelto la guerra e l'aggressione di altri Paesi.

In nome della "libertà", la classe politica italiana ha scelto la guerra contro i propri cittadini costruendo un sistema di privilegi, basato sull'esclusione e sulla discriminazione, un sistema di arrogante prevaricazione, di ordinaria corruzione.

In nome della "sicurezza", la classe politica italiana ha scelto la guerra contro chi è venuto in Italia per sopravvivere, incitando all'odio e al razzismo.

È questa una democrazia?

Solo perché include tecniche elettorali di rappresentatività?

Basta che in un Paese si voti perché lo si possa definire "democratico"?

Noi consideriamo democratico un sistema politico che lavori per il bene comune privilegiando nel proprio agire i bisogni dei meno abbienti e dei gruppi sociali più deboli, per migliorarne le condizioni di vita, perché si possa essere una società di cittadini.

È questo il mondo che vogliamo.

Per noi, per tutti noi.

Un mondo di eguaglianza.

 

(Pagina di copertina di Emergency n.57 – Dic. 2010)

Lega Nord di Crema

Alla Sezione Lega Nord Crema,

ho trovato nella cassetta della posta il vostro biglietto con gli auguri di buon Natale e felice anno nuovo. L’ho gradito assai perché riportava all’interno a grandi e bei caratteri questa frase di Papa Giovanni XXIII:

“L’umanità è una grande, una immensa famiglia….Troviamo la dimostrazione di ciò da quello che ci sentiamo nei nostri cuori a Natale.”

Mi ha dato gioia trovarmi in sintonia non solo col Beato Papa Giovanni ma anche con voi nel vedere e considerare l’umanità una grande e immensa nostra famiglia.

Veramente. Quello che sentiamo nei nostri cuori a Natale dimostra questa sacrosanta verità! Però, solo nella misura in cui viviamo un autentico amore verso tutti gli uomini, nostri simili e nostri fratelli, diamo conferma di questa verità e dell’autenticità del nostro sentire! Ma domando a me in prima persona e, se permette anche a voi: lo dimostriamo nei fatti, nel modo di vedere e trattare certa gente, nelle leggi che promoviamo, nella cultura che coltiviamo.

Per aiutarci a dare una risposta sincera riporto altre frasi di Papa Giovanni, scritte in alcuni paragrafi dell’apprezzatissima Enciclica Pacem in Terris, da Lui firmata l’undici aprile del lontano 1963. “Ogni essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di dimora all’interno della Comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consigliano, di immigrare in altre Comunità politiche e stabilirsi in esse. Per il fatto che si è cittadini di una determinata Comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla Comunità mondiale.” (n. 12)

“….Non è superfluo ricordare che i profughi sono persone; e che a loro vanno riconosciuti tutti i diritti inerenti alla persona: diritti che non vengono meno quando essi siano stati privati della cittadinanza nelle Comunità politiche di cui erano membri.

Fra i diritti inerenti alla persona vi è pure quello di inserirsi nella Politica in cui si ritiene di potersi creare un avvenire per se e per la propria famiglia; di conseguenza quella Comunità politica, nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, ha il dovere di permettere quell’inserimento, come pure di favorire l’integrazione in se stessa delle nuove membra.” (n. 57)

“Siamo lieti di cogliere l’occasione per esprimere il Nostro sincero apprezzamento per tutte le iniziative suscitate e promosse dalla solidarietà umana e dall’amore cristiano allo scopo di rendere meno doloroso il trapianto di persone da un corpo sociale ad un altro….” (n. 58)

Dopo ben 47 anni il linguaggio suona evidentemente datato, ma il contenuto è di grande attualità.

Io penso, tra i tanti drammi, a quello documentato e denunciato per parecchi giorni di seguito dal quotidiano Avvenire. Sono 250 gli africani in catene nel deserto egiziano dal 20 novembre scorso. Settantacinque sono di origine eritrea e in gran parte respinti, lo scorso maggio, al largo di Lampedusa, mentre erano diretti al nostro Paese. Imprigionati nel campo di concentramento di Al Braq nel sud della Libia in mezzo al Shara, liberati il 6 luglio ma col divieto di lasciare la città di Sebah. A novembre tentano la fuga nel Sahara verso Israele per giungere in Europa attraverso la Turchia, ma vengono catturati da una banda di predoni, un’organizzazione di trafficanti di schiavi che non riuscendo ad ottenere 8.000 euro di riscatto a testa già ne hanno ammazzati 6 con due diaconi ortodossi. Erano fuggiti con alcune centinaia di eritrei dal loro Paese, governato da una feroce dittatura dal 1993, che obbliga al servizio militare e lavori forzati, gli uomini dai 18 ai 40 anni, fino ai 27 le donne, con le ragazze alla mercé degli ufficiali. Chi tenta di fuggire o disertare nei casi migliori finisce in carcere. Se questi profughi tornano hanno la certezza della morte.

Solo se guardiamo questi fatti alla luce delle parole di Giovanni XXIII, cioè con i suoi occhi, e se con il suo cuore cerchiamo di amare queste persone, potremo vivere veramente un buon Natale cristiano e costruire un 2011 più giusto e felice. Celebriamolo pensando a Giuseppe, Maria e Gesù costretti a fuggire da Betlemme per andare a vivere, profughi e immigrati clandestini, in Egitto.

Grazie per avermi letto ed auguri di cuore per il S. Natale e il nuovo anno.

D. Ennio Raimondi
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Clicca qui per scaricare il pdf contenente questa lettera e una "riflessione ad alta voce" nella festa della S. Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe di d.Ennio Raimondi

Caso Yara. Sbatti il mostro in prima pagina

Di fronte all’orrore per una bambina scomparsa e probabilmente rapita, con quel che ne consegue in questi casi, abbiamo assistito all’ennesima caccia all’immigrato. Dicono che sia stata una trascrizione mal fatta, ma la verità è che tutti, magistrati, media, popolo padano, cercavano il mostro nordafricano da sbattere in prima pagina. Come assassino di una Yara Gambirasio, la nuova Milena Sutter della quale per fortuna non si conosce ancora la sorte, fin dall’inizio, non si è cercato un “biondino dalla spider rossa” ma un nordafricano con i calli alle mani. E’ dunque come se quella trascrizione mal fatta fosse stata una sorta di “profezia che si autoavvera” per milioni di razzisti padani ed italiani che, ogni volta che viene commesso un crimine, spera ardentemente e si autoconvince che questo sia stato commesso dalla rappresentazione dei loro pregiudizi, un perfido immigrato, un corpo estraneo impiantato in una società sana e che può pertanto essere espiantato facilmente.

 

di Gennaro Carotenuto

Sono milioni di razzisti che, ogni volta che commettono un crimine, da Erika e Omar a Olindo e Rosa, sviano consapevolmente le indagini sugli immigrati sapendo di trovare un terreno fertile, media conniventi, compaesani pronti a scommettere sulla loro innocenza e puntare il dito sul diverso, politici che capitalizzano organizzando fiaccolate. Sono milioni di razzisti fomentati nei loro istinti dai media commerciali che costruiscono criminalmente con la paura consenso politico attraverso una costruzione selettiva e tendenziosa della realtà. E’ stato dimostrato in innumerevoli studi, come quelli del CENSIS. I media, nella percezione stessa degli italiani, fomentano la paura il doppio dei media francesi e il triplo di quelli britannici, statunitensi o brasiliani a volte inventando di sana pianta leggende metropolitane, come quella sulla “zingara rapitrice”.

Ma non ci si inganni sull’idea di media tendenziosi che da soli corrompono un’opinione pubblica sana. Soprattutto al Nord, ma non solo, almeno un ventennio di costruzione della retorica da piccola patria ha trovato nell’opinione pubblica un terreno fertilissimo. Il vaneggiamento di una nostra comunità sana assediata da nemici che vengono da fuori, gli immigrati o Roma ladrona, è oramai patrimonio condiviso quanto indimostrabile sul quale si è costruito tutto il consenso delle destre e della Lega in particolare. Lo ha dimostrato durante le recenti alluvioni in Veneto il governatore di quella regione Luca Zaia pronto a dare in escandescenza contro chiunque sostenesse che almeno parte dei danni fossero stati causati dal dissesto idrogeologico, dallo sfruttamento dissennato del territorio e dall’abusivismo edilizio.

Quella che ha sbattuto il ragazzo marocchino Fikri in prima pagina è dunque una trascrizione mal fatta che ha messo a nudo una volta di più gli istinti sempre più bassi di una parte del paese. Quella stessa parte che, solo poche settimane fa a Roma, si è schierata a difesa di Alessio Burtone che aveva aggredito e ucciso un’infermiera rumena, con la quale aveva banalmente discusso. “Alessio sei tutti noi” sono arrivati a scrivere. E’ un delirio collettivo che preannuncia, se non questa volta la prossima, il pogrom. Un pogrom invocato in queste ore da decine di benpensanti del paesello di Brembate di Sopra che, in decine di luride interviste di strada in tutti i TG, hanno dimostrato di desiderarlo ardentemente, per fortuna, almeno pubblicamente, non lusingati dal sindaco leghista.

I pensieri, i commenti che svelano, che denunciano, tale perversione sociale della quale il paese è ammalato possono essere solo fatti a mezza bocca, condivisi tra intimi, come quelli che nella giornata di domenica e di ieri si son trovati a sperare che Fikri fosse innocente per non aggiungere all’irrisolto dramma di Yara quello di una nuova ondata razzista. Ma non c’è la forza per gridare. Non c’è la forza per additare al pubblico ludibrio chi fomenta l’odio, colpirlo, delegittimarlo nelle sue sicurezze e smantellare i suoi pregiudizi. Non c’è la forza per mettere a tacere quegli stessi giornalisti che anche la prossima volta preferiranno il modo indicativo al condizionale.

Ci vorrebbe la forza di una nuova narrazione popolare, questa volta positiva. Per rappresentare e denunciare questa Italia e pensarne una nuova ci vorrebbe un nuovo “sbatti il mostro in prima pagina”, il capolavoro di Marco Bellocchio con Gian Maria Volonté, che raccontava come nel 1972, per l’Italia benpensante, il mostro ideale fosse il militante della sinistra extraparlamentare, esattamente come oggi il mostro ideale è sempre l’immigrato. E ci vorrebbe un nuovo “borghese piccolo piccolo”, l’opera di Mario Monicelli con un nuovo Alberto Sordi che interpreti magistralmente le malefiche pulsioni sociali verso il deviante, vero o presunto, per raccontare il sordo odio con il quale questa società non vuole riconoscere il mostro tra noi.

Da gennarocarotenuto.it

Il vero scandalo

Ci sono notizie che costituiscono un autentico scandalo. Eppure pochi ne parlano, anche fra i cattolici, anche fra i difensori dei "valori non negoziabili". Forse perché questa espressione viene tirata fuori in certe situazioni, un po' strumentalmente,  e tenuta "sotto il tappeto" in altri casi. Come se venisse impiegata in base a criteri di strategia e di convenienza politica... L'editoriale che proponiamo è stato pubblicato sulla rivista Mosaico di pace.

Come in tutte le diocesi italiane, anche a Novara il vescovo Renato Corti ha presieduto, sabato 27 novembre in Cattedrale, la Veglia di Preghiera per la vita nascente al fine di mettere in evidenza quanto sia fondamentale per i credenti in Cristo avere uno sguardo nuovo sull'uomo, uno sguardo di fiducia e di speranza che si trasformi in un atteggiamento che fin dal concepimento della vita sia decisamente a favore della creatura umana insidiata dalla piaga dell'aborto. Se la Veglia d'inizio Avvento e l'intervento di Mons. Corti in Cattedrale ricalcavano così uno dei temi più cari alla sensibilità cattolica come la difesa della vita dal suo concepimento, una vera sorpresa è stata l'omelia che lo stesso Mons. Corti ha svolto nel Seminario di Novara il lunedì seguente, durante il conferimento dei Ministeri del Lettorato e dell'Accolitato a otto giovani chierici.

Prendendo lo spunto dal celebre brano di Isaia in cui si legge: "Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci, un popolo non alzerà più la spada su un altro popolo e non si eserciteranno più nell'arte della guerra" ha espressamente rivolto un invito ad essere costruttori di pace proprio per realizzare il "Sogno di Isaia" ai giorni nostri. Entrando nel vivo di quello che in terra novarese è un nervo scoperto che lacera anche il tessuto diocesano, ovvero il problema dell'assemblaggio degli F35: aerei da combattimento predisposti al trasporto di ogive nucleari, mons. Corti ha ribadito la contrarietà già espressa in precedenza da mons. Fernando Charrier a questo progetto.

Ricordiamo che la Commissione Diocesana Giustizia e Pace di Novara il 1° gennaio del 2007 aveva stilato una nota in cui partendo dalle affermazioni del Magistero esprimeva la propria contrarietà al progetto della costruzione degli F35, di cui l'Italia si era impegnata ad acquistarne 131 esemplari al costo di oltre cento milioni di euro l'uno! Con un'enorme sperpero di soldi pubblici, soldi sottratti alle spese sociali, alla sanità e all'istruzione, settori certamente più bisognosi di finanziamenti. Mons. Charrier allora presidente della Commissione Regionale della Pastorale del lavoro, aveva fatto proprio quel documento trasformandolo in una presa di posizione della Commissione regionale del Piemonte.

Il vescovo di Novara riprendendo quella nota ha sottolineato la propria posizione riaffermando come pastore della comunità novarese: "La necessità di opporsi alla produzione e alla commercializzazione degli strumenti concepiti per la guerra, in particolare alla problematica sorta recentemente sul territorio novarese relativa alla costruzione degli F35". Ha poi proseguito dicendo che: "Abbiamo la speranza che si arrivi ad un ripensamento, che fin'ora non è avvenuto, che permetta una riflessione più allargata e approfondita capace di incidere nella mentalità delle persone e delle Istituzioni".

Don Mario Bandera (Responsabile Commissione Giustizia e Pace della diocesi di Novara)

 

Epigrafe di Adriana Zarri

Adriana Zarri è tornata alla casa del Padre. La ricordiamo tutti con affetto perché per molti di noi è stata una preziosa compagna di strada. Amante della solitudine, si confrontava però quotidianamente con gli uomini e con le donne del suo tempo attraverso i suoi scritti. Sapeva guardare avanti e lo diceva a chiare lettere. Per questo è stata una persona scomoda, come tutti quelli che hanno creduto nella primavera conciliare e non si stancano anche oggi di credere che quella stagione si possa rinnovare.
Riportiamo di seguito la riflessione che Adriana stessa ha scritto per se stessa prima di morire.

EPIGRAFE
Non mi vestite di nero:
è triste e funebre.
Non mi vestite di bianco:
è superbo e retorico.
Vestitemi
a fiori gialli e rossi
e con ali di uccelli.
E tu, Signore, guarda le mie mani.
Forse c'è una corona.
Forse
ci hanno messo una croce.
Hanno sbagliato.
In mano ho foglie verdi
e sulla croce,
la tua resurrezione.
E, sulla tomba,
non mi mettete marmo freddo
con sopra le solite bugie
che consolano i vivi.
Lasciate solo la terra
che scriva, a primavera,
un'epigrafe d'erba.
E dirà
che ho vissuto,
che attendo.
E scriverà il mio nome e il tuo,
uniti come due bocche di papaveri.