Cattolici o tifosi?

Spesso, nella Chiesa, più che da cattolici, da fratelli di fede, tralci innestati nella stessa vite, ci comportiamo da tifosi. Lo sostiene il giornalista di Avvenire Roberto Beretta, intendendo un'attitudine ­dei credenti italiani - evidente nelle scelte politiche - a schierarsi in modo passionale, sempre «pro» o «contro», senza il necessario distacco e nemmeno un certo scetticismo o persino sano «relativismo» - che permette poi, nel momento in cui balzino all'occhio i difetti o le controindicazioni della scelta iniziale, di voltare pagina, chiudere un capitolo e cominciarne un altro senza troppe nostalgie o rimpianti.

Anche questo è un tratto tipicamente «cattolico» della nostra italianità, fatta di contrapposti campanilismi (e campanile è per l'appunto un riferimento ecclesiale...) e «parrocchiette» che non si parlano. Certo: da una parte essere «tifosi» e passionali dice convinzione per le proprie idee, fedeltà al proprio passato, disposizione a considerare importanti anche gli aspetti immateriali o addirittura spirituali della vita... Però, d'altra parte, contempla pesantissimi difetti: per esempio un'attitudine alla polemica infinita, la difficoltà di valutare oggettivamente situazioni e fatti, una scarsa propensione al cambiamento, la tendenza a fidarsi molto dell'immagine esteriore, e così via.

L'attitudine alla tifoseria mi sembra assai presente anche nella nostra diocesi di Crema, purtroppo. In molte situazioni vengono meno l'ascolto e il confronto sereno sulle idee. Si ragiona in base ad etichette e pregiudizi per cui certe persone o certe proposte sono oggetto di squalifica e di attacchi, rinunciando in partenza a cercare un punto di incontro o a riconoscere loro un lato positivo. L'ho riscontrato nei confronti di questo sito, così come in alcuni interventi riguardanti l'assemblea ecclesiale. A volte sembra che chi esprime idee diverse dalle proprie sia percepito come un avversario da combattere e non come un interlocutore con cui dialogare.

Forse, l'unica risposta è seguire l'esortazione di Paolo a "fare tutto senza mormorazioni e senza critiche" per essere "irreprensibili e semplici figli di Dio" (Filippesi 2,14). E' una conversione a cui siamo chiamati tutti!

Oltre la retorica sui bimbi rom

Si dice: nessuno vuole un campo sotto casa. Ok. Ma il problema vero è che diversi vogliono un romeno (o un moldavo, o un afgano...) che lavora in nero in un cantiere

Sono morti quattro bambini in un incendio. E questo più o meno lo sappiamo tutti. Secondo me c'è una cosa, invece, che si disperde come nebbia nel fumo delle chiacchiere, in questa terribile, ennesima, vicenda metropolitana. Travolti come siamo dal solito rincorrersi di luoghi comuni, idiozie e paure ataviche, di varia tonalità e colore, su Rom e dintorni, io ritengo che si perda un dato di fondo. 

Il problema davvero sono i Rom? «Brutti e cattivi» che siano o meno? O che ci sono migliaia di persone che vivono in situazioni al limite dell'umano... e molti non sono Rom?
La soluzione (finale?) è abbattere sistematicamente le baracche e «togliere i figli ai poveri», ipotesi che qualcuno sta ventilando?
Perché - al netto di festini, furbetti e veline - il «problema povertà» a Roma è molto più grosso della solita trita insopportabile bagarre sui Rom. E lambisce migliaia di persone e famiglie, spesso invisibili a media e istituzioni (salvo lo zelo burocratico per sanzioni e simili), che non sono in una baracca... ma sono a rischio, anche con situazioni psicologiche, sociali e perfino lavorative apparentemente normali.
Si dice: nessuno vuole un campo Rom sotto casa. Ok.
Ma in diversi vogliono un romeno (o un moldavo, o un afgano, o...) che lavora in nero, a volte senza vedere nemmeno i soldi prima di mesi, in un cantiere o in una ditta di ristrutturazioni. Uno che magari vive in uno di questi insediamenti perché altrove non può... o magari sta in un sottoscala, o in un capannone abbandonato... Ma tanto lì si notano di meno, sono meno antiestetici... Oppure sono in dieci in un appartamento affittato - in nero - da un onesto e spaventato cittadino....
Se non si squarcia questo velo a tutti i livelli - informativo, istituzionale ed educativo - non ne usciremo mai. Perché la logica di intervento che sarebbe più ovvia, quella del rispetto reciproco dei diritti e dei doveri, in un Paese che sembra non sappia più che valore abbiano queste due parole, non sembra seriamente proponibile ai più.

 

da vinonuovo.it 12/02/11

E’ proprio vero che i bambini sono il nostro futuro?

Faccio parte del Comitato “Giù le mani dal nido” insieme ad altre mamme. Siamo da un po’ di tempo impegnate in una contestazione verso l'Amministrazione Comunale di Crema. Abbiamo scelto di non identificarci assolutamente con nessun partito, vogliamo che la questione rimanga centrata sui bisogni delle famiglie e dei bambini della nostra città, di qualsiasi opinione politica.
Da qualche mese il Comune sta andando verso la scelta di privatizzare uno dei due asili nido, quello di via Dante. Scelta dura e sofferta si dice, fatta solo per motivi economici.

Non voglio soffermarmi sull’iter che si sta percorrendo per questa scelta, assolutamente non conforme alla prassi che si sarebbe dovuta seguire.

Vorrei condividere invece alcune riflessioni.

Tra le iniziative che stiamo portando avanti abbiamo scelto di essere presenti con i nostri bambini al consiglio comunale dove veniva discussa l'interpellanza sulla questione.

Oltre al fatto che per l'ennesima volta non ci sono state risposte chiare mi ha colpito una cosa. Proprio i dati forniti dal’assessore Capetti, dai quali si evince che la quasi totalità dei bambini

frequentanti il Nido si trova in condizioni di difficoltà economica, evidenziano come l’affidamento

della struttura ad un privato aggraverebbe situazioni già fragili, creando ulteriore povertà attraverso l’aumento certo delle rette, confermato dallo stesso assessore.

Tanti bambini dell'asilo di via Dante sono stranieri, provenienti da famiglie conosciute dai servizi sociali e dalla Caritas.... come faranno le loro mamme a lavorare se non potranno usufruire del nido?

La sensazione che abbiamo è che ci sia totale mancanza di volontà di elaborare strategie che tentino di conciliare i bisogni reali dei cittadini con l'esigenza di risparmio, seppur legittima.
Se i politici e i tecnici non sono in grado di ricercare e valutare percorsi e alternative per fronteggiare situazioni difficili, forse hanno fallito la loro missione, e di sicuro questo non deve ricadere sui cittadini!

Come famiglia vorrei condividere la tristezza nel constatare che per l'ennesima volta il sostegno alle famiglie è solo a parole... La scuola diocesana aumenta le rette, le strutture pubbliche chiudono o saranno comunque insufficienti per rispondere ai bisogni.... tutto ciò è proprio necessario?

Speriamo e pensiamo che le politiche sociali siano portatrici di valori, di apertura e non solo concentrate a risparmiare pochi denari!

Vorrei aggiungere anche questi pensieri. Al di là della questione concreta, per quanto assolutamente importante e capace di toccare direttamente alcuni di noi, abbiamo scelto di agire perché crediamo nella PARTECIPAZIONE, per rendere evidente ai nostri amministratori che molti cittadini non si accontentano di fare i sudditi ma hanno il diritto/dovere di essere coinvolti, nei modi consentiti, in processi così importanti. La politica calata dall'alto è quella che crea lontananza e disinteresse.

Il Comune di Crema ha recentemente organizzato un convegno dal titolo "Povero ma non da solo" in cui uno dei due relatori, Monsignor Perego (direttore della Fondazione Migrantes nazionale) ha evidenziato come la politica degli assegni a spot e la contemporanea privatizzazione di molti servizi che rivestono un ruolo essenziale per i cittadini non può funzionare: a conforto di questa tesi ha portato esempi di storie di vita e cifre che non lasciavano adito a dubbi. In quella occasione l'Assessore Capetti, padrone di casa dell'evento, ha profondamente elogiato e condiviso il suddetto intervento…. E poi? Anche la politica ipocrita dunque merita di essere svelata, in modo che ognuno al netto delle proprie scelte si assuma chiaramente le proprie responsabilità davanti ai cittadini.

Intanto noi andiamo avanti ad accudire e crescere i nostri bambini; la profonda fiducia nel fatto che sono loro il nostro futuro e quello della società non è si assolutamente spenta.

I sofisti cattolici

Perché non è possibile, o almeno è molto rischioso, prescindere dalle qualità umane di una persona per giudicare i suoi frutti anche pubblici

Il caso Ruby - tra le altre cose - si sta dimostrando un ottimo campo d'esercizio per una categoria che definirei senza offesa i «sofisti cattolici». Ovvero i credenti che fanno compiere i salti mortali alle parole e alle idee pur di mantenerle (apparentemente) in equilibrio sul filo della coerenza evangelica.

Faccio un esempio, prendendo una frase che è diventata un luogo comune dell'apologetica (sia detto anche qui senza spregio) catto-berlusconiana:

"È certamente meglio un politico puttaniere ma che faccia buone leggi di un notabile cattolicissimo che poi fa leggi contrarie alla Chiesa".

Così come riportata, è stata pronunciata da Vittorio Messori, tirato per i capelli al termine di un'intervista nella quale per la verità diceva cose assai più ponderate e condivisibili; ma si tratta ormai - come dicevo - di un argomento più volte ripetuto. E, secondo me, appunto di un sofisma logico e assolutamente "pagano".

Esaminiamolo da vicino. Il paragone pone sulla bilancia due entità: il classico politico "con vizi privati e pubbliche virtù" e quello fariseo, esternamente religioso ma di fatto dannoso sul piano sociale. Non solo dunque vi si adombra il principio - molto cattolico - che il peccatore può sempre chiedere il perdono delle sue colpe (dunque non importa se è "puttaniere", purché si penta), ma anche si contrappone un bene comune (le "leggi buone") a un bene solo personale (il fatto di essere "cattolicissimo"); e si allude così al maggior valore morale del primo rispetto al secondo.

Tralasciamo alcuni aspetti che già ridimensionerebbero parecchio la veridicità del paradosso (per esempio il fatto che il "puttaniere", per essere moralmente riabilitato, debba prima pentirsi, e dunque ammettere la colpa; oppure che il concetto di "leggi contrarie alla Chiesa" andrebbe attentamente soppesato: come se non sapessimo che sono proprio i politici peggiori i più disposti a leggi "favorevoli alla Chiesa", per comprarsene il consenso...). Occupiamoci invece soltanto della logica e proviamo a cambiare la qualifica del soggetto della frase. Per esempio:

"È certamente meglio un politico ladro ma che faccia buone leggi di un notabile cattolicissimo che poi fa leggi contrarie alla Chiesa".

Siete ancora d'accordo con l'enunciato? Proviamo allora con questo:

"È certamente meglio un politico pedofilo ma che faccia buone leggi di un notabile cattolicissimo che poi fa leggi contrarie alla Chiesa".

E si può andare avanti: "È certamente meglio un ateo, un dittatore, un guerrafondaio, forse persino un politico omosessuale, ma che faccia..." eccetera eccetera.

Se poi ripetiamo lo stesso esperimento in senso minimalista, l'effetto è anche più dirompente:

"È certamente meglio un politico che puzza (oppure che si mette le dita nel naso quando viene fotografato) ma che faccia buone leggi di un notabile cattolicissimo che poi fa leggi contrarie alla Chiesa".

Chi accetterebbe come inevitabile un «dilemma» del genere? Ben pochi; tutti cercherebbero piuttosto di trovare qualche soluzione intermedia tra i due estremi imposti nella scelta. Che cosa è successo, dunque? Portandolo ai suoi estremi si è svelato il meccanismo logico perverso che presiede al paradosso: non è possibile, o almeno è molto rischioso, prescindere dalle qualità umane di una persona per giudicare i suoi frutti anche pubblici. Detto in parole cristiane: morale personale ed etica pubblica non sono due compartimenti stagni e incomunicanti. E questo mi sembra anche molto "cattolico".

Essere "puttaniere" non è, non può essere mai - almeno per noi cattolici - solo un fatto "privato": sottintende ad esempio un disprezzo della dignità della vittima che in un politico è preoccupante anche per la sua attività pubblica. Genera un abuso che potrebbe non essere solo sessuale, ma anche di potere (e dell'idea che se ne ha nell'applicarlo in altri campi). Può condurre a prevaricazioni, menzogne, sotterfugi, privilegi che di fatto intaccano anche la gestione del bene pubblico. Il male, insomma, anche il più "intimo", per noi che crediamo non è mai senza conseguenze "sociali"... Ecco allora che il paradosso non tiene più, nemmeno teologicamente. Non si può servire a mammona (in privato) e a Dio (in pubblico): noi lo sappiamo.

 

da www.vinonuovo.it

 

Lo "spirito di Assisi" contro la violenza

Chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace, chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio (Benedetto XVI, 1 gennaio 2011). Il giorno successivo alla strage di cristiani compiuta ad Alessandria d'Egitto, il papa ha così presentato la convocazione di un incontro interreligioso di preghiera per la pace ad Assisi, 25 anni dopo quello indetto da Giovanni Paolo II che fu un momento storico.

E' un gesto profetico che non vede nelle altre fedi dei nemici, ma cerca la pace nell'incontro con loro perché sa vedere in esse dei riflessi della verità di Dio, come ha riconosciuto il Concilio Vaticano II. «Ogni verità, da chiunque sia detta, proviene dallo Spirito Santo» (Tommaso d'Aquino). La fede in Gesù Cristo "via, verità e vita" non porta a denigrare, ma ad apprezzare le ricchezze di ogni autentica esperienza religiosa.

Leggi tutto...