Come stare in mezzo alle tensioni ecclesiali

Un ricordo di Carlo Maria Martini di Gianfranco Bottoni, suo collaboratore nella diocesi di Milano.


L’intercedere, nel significato pregnante e rischioso inteso da Martini, come può concretarsi per la chiesa, per il suo camminare in mezzo all’umanità di oggi e ai suoi problemi? Sono certo che nella prospettiva spirituale dell’intercessione da lui vissuta rientrava anche quel mettersi in mezzo rispetto a ciò che oggi risulta più conflittuale nei cammini di fede e nella vita ecclesiale. C’è spesso incomprensione tra chi ha il cuore ferito per le prove o le sconfitte della propria vita e chi le giudica secondo principi cristiani e regole coerenti, ma rigide. Nascono così tensioni tra attese e risposte. E si vengono a fronteggiare prospettive contrastanti, con ripercussioni all’interno della chiesa. Martini ne soffriva. Non fuggiva però questi problemi e aveva il coraggio di affrontarli. Nell’ottica dell’intercedere, appunto.

 

Quando se ne parlava, mi colpiva il suo essere in ascolto attento e solidale nei confronti di entrambe le parti, malgrado le loro forti divergenze. Da una parte egli era in piena comunione con la chiesa istituzionale di cui condivideva i principi dottrinali. Dall’altra era in fraterna ed evangelica prossimità verso coloro che soffrono di essere in situazioni difficili o di sentirsi rifiutati dalla religione della chiesa. Il suo stare nel mezzo non era tenere posizioni mediane tra quelle contrapposte. Era il tentativo di assumere un atteggiamento coerente con la sua metafora dell’intercessore. Il tentativo di stare in mezzo tenendo le mani sulle spalle di entrambe le parti contrapposte. Farsi carico del sentire delle persone, quando questo appare conflittuale con il pensiero della chiesa. E restare in sintonia con il sentire della chiesa che non dimentica il vangelo di Gesù Cristo. Ecco una inedita forma di intercedere.

 

A questo proposito ricordo alcune conversazioni successive al suo rientro in Italia per la malattia. Mi confidava che, prima di chiudere i suoi giorni sulla terra, sentiva il dovere di parlare, di toccare pubblicamente alcuni temi scottanti. Sarebbe stato come levare un grido d’intercessione. Un appello a ridurre le distanze tra chi è in cerca di flùs~- dia e chi ha il difficile compito di amministrarla. Ma c’era chi, pur essendogli amico e riconoscendo l’autenticità dei suoi intenti, temeva che alcune sue osservazioni risultassero critiche. Gli equilibri ecclesiastici spesso si reggono sui silenzi che evitano le questioni scomode. E la voce di chi vi fa risuonare una parola in nome del vangelo risulta destabilizzante.

 

Martini si sentiva pertanto in dovere di calibrare la portata dei suoi interventi. Non voleva, infatti, ferire nessuno e tanto meno creare contrapposizioni. La sua solidarietà con la chiesa istituzionale, di cui era esponente autorevole, era fuori discussione. Ma era pure convinto di non dover tacere. Sarebbe stato tradire il vangelo. Doveva dunque dare voce a chi non può averla e ne patisce le conseguenze.

 

A volte, sapendo che le strutture ecclesiastiche non erano ancora pronte a recepire le istanze che egli avrebbe espresso, ricorreva alla metafora del sogno. Il sogno di una futura chiesa. Il sogno di una chiesa fatta di comunità alternative rispetto alle logiche del mondo o della religione del senso comune. Il sogno di un nuovo concilio per discutere alcune questioni rimaste escluse dall’agenda del Vaticano Il oppure emerse più recentemente.

 

Gianfranco Bottoni

da Il Gallo, dicembre 2012