L'immaginazione cristiana

"Il Cristianesimo in Occidente potrà fiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei. Non credo che l’ateismo ci offra tanto una sfida intellettuale, quanto piuttosto una sull’immaginazione". Testo di una conferenza del domenicano Timothy Radcliffe alla facoltà teologica San Bonaventura su un tema decisivo per la nuova evangelizzazione.



Vorrei parlarvi della più grande sfida per il Cristianesimo di oggi, come la nostra fede può toccare l’immaginazione dei nostri contemporanei.

Recentemente ero presente a una sorta di tavola rotonda a Oxford. Ha partecipato il prof. Richard Dawkins, il quale è un ateo aggressivo. Anche se, quando una volta ho usato questa espressione, ho ricevuto una lettera in cui si diceva: «Come si permette di chiamarci atei aggressivi, miserabile pappamolle!». E questo prima che il mittente divenisse aggressivo.

 

Era presente anche Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. L’incontro fu piacevole e penetrante, ma sentivo che in qualche modo non decollava. Rowan Williams era reattivo agli argomenti di Dawkins. Riusciva a entrare nella sua immaginazione scientifica. Infatti, c’era pochissimo con cui egli, o la maggior parte dei cristiani presenti, poteva non essere d’accordo. Ma Dawkins non sembrava riuscire a fare il viaggio contrario ed esser raggiunto dall’immaginazione cristiana di Rowan. Alla fine del dibattito Rowan ha parlato in maniera commovente ha proposto di guardare il mondo con gratitudine, sul senso della vastità dell’amore e così via. Ma ho avuto l’impressione che Dawkins non l’abbia capito per niente.

È come se qualcuno senza sensibilità musicale non riuscisse e comprendere Bartok. Io sono un grande fan di un frate domenicano pittore di nome Kim en Jong, il quale mi regalò uno dei suoi quadri per il mio ufficio a Roma. Era una grande tela con colori vorticosi su uno sfondo bianco. Quando l’ho mostrato a mia madre, mi disse: «Mio caro, sembra il tuo abito dopo una colazione particolarmente sporca».

Il Cristianesimo in Occidente potrà fiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei. Non credo che l’ateismo ci offra tanto una sfida intellettuale, quanto piuttosto una sull’immaginazione. Come possiamo condividere una immaginazione cristiana? Ciò che è in gioco è precisamente la sapienza. La scienza ci offre conoscenza, che deve essere valutata secondo le basi della scienza. Invece, fede e filosofia cercano la sapienza.

 

Mi chiedevo quanti di voi abbiano visto il notevole film Des hommes et des dieux; in italiano Gli uomini di Dio. Ha vinto tutti i premi al festival di Cannes e in Francia è stato visto da milioni di persone nel primo mese. È la storia vera di una piccola comunità di monaci trappisti che vivevano sulla catena montuosa dell’Atlante -in Algeria- negli anni Novanta. Buona parte del copione è fatta di citazioni dirette dei diari e delle lettere dei monaci. Si erano profondamente integrati in un piccolo villaggio musulmano, amati come amici. Lentamente si trovarono inghiottiti nel violento scontro tra terroristi islamici ed esercito. Che dovevano fare? Andare via o rimanere? Finalmente raggiunsero il consenso che dovevano rimanere. Uno del villaggio disse: «Noi siamo gli uccelli che riposano sui rami, e voi siete i rami». Il 21 maggio 1996, se non mi sbaglio, tutti tranne due, furono portati via durante la notte e poi decapitati.

 

Sono andato a vedere questo film con un amico, un ateo – forse un agnostico nei giorni migliori. Il cinema era pieno di persone come voi, studenti e docenti intelligenti, anche se molti di loro, sospetto, non erano timbrati Cristiani. Alla fine del film c’era un silenzio totale. Nessuno voleva lasciare il cinema. Sapete quando si aspettano gli ultimi titoli di coda: chi è stato il caposquadra e chi ha tagliato i capelli.

 

Probabilmente io ero particolarmente commosso perché ho visitato l’Algeria proprio quattro settimane dopo il loro assassinio, per visitare un confratello domenicano, vescovo di Oran. Si chiamava Pierre Claverie. Anche lui aveva ricevuto minacce di morte e volevo mostrargli la mia vicinanza. Facemmo assieme un giro per la diocesi; doveva sempre telefonare per vedere dove poteva esserci un’imboscata. Il primo agosto anche Pierre fu assassinato, insieme con un giovane amico musulmano, Mohamed. Quando arrivai per i funerali, trovai una suora che, con un cucchiaio, ancora raccoglieva dalle pareti dei resti dei loro corpi.

 

Vi chiederete: perché non abbozzo una bella ed eccezionale teoria sull’immaginazione cristiana? Perché voglio parlare di un particolare film che, forse, qualcuno di voi non ha visto? Perché l’immaginazione cristiana dimora nel particolare. È a proposito di un particolare ebreo che visse in Medioriente duemila anni fa. I cristiani hanno dato a quest’uomo un significato universale, ma noi arriviamo lì attraverso il particolare. Le ideologie che hanno crocefisso il ventesimo secolo hanno spesso offerto sogni di una redenzione universale, come il comunismo e il fascismo. Wisawa Szymborska, morta qualche mese fa, era una poetessa polacca; inizialmente fu comunista, ma poi lo rinnegò perché troppo astratto: «L’ho fatto per amore dell’umanità. Poi ho capito che non si deve amare l’umanità, ma le persone». Anche la scienza è circa la scoperta di regole generali, astraendole a partire  dal particolare.

 

Il film Gli uomini di Dio ci coinvolge innanzitutto perché è a proposito di gente particolare che è vissuta in una comunità particolare. Gli attori sono così convincenti che è pressoché impossibile non credere che siano proprio gli stessi monaci assassinati. Dopo circa cinquant’anni di vita religiosa, posso individuare un finto monaco in un nanosecondo. C’è una splendida scena in cui un monaco di cattivo umore, mentre lava i piatti dice al vecchio Luc di “andare a quel paese”. Qualcuno sa com’è la vita religiosa!

 

Il Cristianesimo è strano e contro-culturale perché noi vediamo il significato universale incarnato in particolari, limitati, uomini mortali che vivono assieme. Ecco perché i santi sono stati importanti fin dal principio, perché sono persone che hanno corso il rischio di diventare la persona unica che Dio ha creato perché lo fossero. Hanno rifiutato le identità preconfezionate offerte dalla nostra società: celebrità come Brad Pitt, o cantanti come Beyoncé o Rihanna, o Katie Price. Io non ho mai sentito parlare di queste persone, ma un amico di 18 anni mi ha detto che sono quelli che ammassano folle nel mondo di Twitter. Ascoltando le loro canzoni, vestendo come loro, seguendo le loro vite, molta gente esprime ciò che pensa chi essi siano. Cercano appartenenza nella comunità delle marche.

 

Douglas Edward ha lavorato per Google per molti anni. Ha scritto: «Tutto ciò che ho posseduto, per un periodo portava il marchio Google: ombrelli, tovaglie, magliette, mutande… era su ogni penna che prendessi in mano e su ogni foglio di carta. Google, in qualche maniera, aveva assunto il senso di chi io fossi»1.

 

È un’illusione, perché non sarò mai Brad Pitt, anche se spesso ci scambiano per lui. Io non sono nemmeno lo zio di Daniel Radcliffe – Harry Potter! Una volta stavo autografando dei libri nella libreria Procure e c’era una lunga fila di gente in attesa. Ero sorpreso finché non ho sentito qualcuno che ha detto: «È lo zio di Harry Potter!». E non ho detto nulla finché non hanno comprato tutti i libri!

Il santo è qualcuno che si permette di essere se stesso o se stessa. I santi rifiutano di conformarsi, di cacciare con il branco e correre con la folla. La virtù è la laboriosa nascita di un individuo. L’eroe del romanzo di Iris Murdoch Nuns and Soldiers dice: «I nostri vizi sono il generico, grigio, ordinario marcio fango dell’umana meschinità, della codardia, della crudeltà e dell’egoismo. E anche quando sono estremi sono tutti uguali. Solo nelle nostre virtù siamo originali… I vizi sono generici, le virtù particolari»2. Perché cerchiamo rifugio in identità già fatte? Perché abbiamo paura di non essere amabili per come siamo. Il santo è colui che corre questo rischio. E questo anche perché l’immaginazione cristiana dischiude l’universale attraverso il prisma dell’individuale, del particolare e, in questo caso, di particolari monaci. Una comunità, in opposizione a una folla o a una massa, è precisamente ciò che ci aiuta a vivere assieme come individui.

 

Il priore, Christian de Clergé, era convinto fin dal principio che la comunità dovesse restare. Era ovvio. Ma i suoi fratelli resistettero ai suoi tentativi di imporre la sua comprensione di cosa fosse giusto. Uno di loro dice: «Non ti abbiamo eletto per prendere decisioni per noi» - sarebbe stato un bravo Domenicano! Il più giovane, Christophe, inizialmente molto ansioso di partire, dice a Christian: «Non sono diventato monaco per morire», e questi gli risponde: «Ma tu hai già dato via la tua vita». Ognuno di loro trova la sua strada verso la decisione separatamente e assieme. La decisione è, infine, veramente comunitaria, perché ognuno liberamente arriva al consenso di rimanere.

 

È affascinante vederli arrivare all’accettazione. Le esigenze della vita cristiana non possono essere comunicate letteralmente, come una teoria astratta. Spesso nella Metropolitana di Londra o fuori delle chiese si vedono testi biblici che ti saltano addosso: “Dio è amore”; “Gesù è morto per i nostri peccati”, e così via. Mi è piaciuto quello che diceva: “Preferiresti vegliare con le vergini sagge o dormire con quelle stolte?”. Ma queste parole non dicono nulla alla maggior parte della gente. Sono solo piatte affermazioni. Hanno significato solo se già ci credi. Dobbiamo scoprirne la verità immaginativamente. Dobbiamo fare un viaggio verso l’illuminazione.

 

Quando Gesù incontra le persone non gli racconta solo dei fatti. Spesso comincia con domande. L’intero vangelo di Giovanni è strutturato attorno alle domande di Gesù. Le sue prime parole, infatti, sono: «Che cercate?». E le sue prime parole dopo la Risurrezione sono indirizzate a Maria Maddalena: «Perché piangi?». E le sue ultime, a proposito del discepolo amato: «Se voglio che rimanga finché io ritorni, che t’importa?» (Gv 21,23).

 

Anche le parabole di Gesù sono spesso domande. Basti pensare a quella del buon Samaritano, la storia del Samaritano che si prese cura dell’uomo derubato e lasciato a terra per strada. È una risposta a una domanda: «Chi è il mio prossimo?». E Gesù risponde con un’altra domanda: «Chi è stato il prossimo dell’uomo derubato?». Ognuno di noi, come questi monaci, deve arrivare al momento della comprensione. Gesù racconta la parabola del Fariseo al Tempio, soddisfatto delle sue buone opere, e del povero peccatore che solo gridava: «Abbi pietà di me peccatore». È il peccatore che va via giustificato. Non ci è detto il perché. Dobbiamo aspettare il momento dell’illuminazione. È come un koan giapponese. George McKay Brown ha detto che un poeta interroga il silenzio. Un credente è anche interrogato dal silenzio.

 

Ecco perché la trasmissione della fede non è solo una ripetizione di ciò che qualcuno ha detto. La dottrina cristiana non dà le risposte. Non lega la verità. Questo è ciò che fa l’eresia: una teoria coerente che sistema tutto. La dottrina cristiana è sconcertante, invita ad andare avanti dentro il mistero del Dio Uni-Trino, uno e tre, e di Colui che è vero Dio e vero uomo. G. K. Chesterton parlò dell’avventura dell’ortodossia. Il dogma cristiano non è dogmatico nel senso negativo.

 

La nostra società ha un dogmatico rifiuto del dogma. E così i cristiani sono spesso tentati di spacciare il Cristianesimo come una spiritualità innocua. Accendete qualche candela e aggiungete un po’ della psicologia di Myers Briggs. Questo è sfuggire all’avventura della nostra fede, della mente, del cuore e del corpo. Noi dobbiamo alla gente il meglio, l’invito per un’avventura profondamente esigente. Mi ricordo di un mio confratello a New York, il quale era un po’ troppo affezionato alla bottiglia. Andò dal medico, che gli disse: «Padre, la cosa migliore che possa fare è smettere completamente di bere». Alla cui cosa rispose: «Dottore, non sono degno della cosa migliore. Qual è la seconda migliore?». Noi dobbiamo ai giovani il meglio, e sono sicuro che loro lo trovano qui.

 

Quando condividiamo la nostra fede, questa diventa sempre nuova e fresca. La trasmissione della fede è come l’accensione successiva di fuochi di segnalazione. Una accende un’altra, così la buona novella passa. Permettetemi di farvi un esempio, un po’ imbarazzante giacché ho una piccola parte nel racconto. Nel Perù del diciassettesimo secolo, rispondendo alle sofferenze della popolazione indigena dopo un terremoto, i gesuiti raccolsero le sette ultime parole di Gesù sulla croce e diedero inizio a una nuova devozione, basata sugli esercizi spirituali ignaziani. Fu un nuovo fuoco nella trasmissione della buona novella della Pasqua. Circa cento anni dopo, nel 1785, fu chiesto a Haydn di comporre una musica su queste sette ultime parole per il Venerdì Santo nella cattedrale di Cadice. Il suo genio musicale accese un altro fuoco segnaletico. Quando andai a visitare mio padre ormai moribondo, nel 1993, mi chiese se potevamo portargli il suo Walkman. Di fronte alla morte volle ascoltare “Le sette ultime parole” di Haydn e il “Requiem” di Mozart. L’unico modo di affrontare le minacce di annullamento della morte è con la poesia e la musica, un piccolo barlume della creatività di Colui che ha risuscitato Gesù dalla morte.

 

Nel 2002 mi è stato chiesto di predicare su queste sette ultime parole a Seattle per il Venerdì Santo. Iniziai pensando alla morte di mio padre, a come fu toccato dalla musica di Haydn, e questo mi aiutò ad accendere il mio piccolo falò a Seattle. Alcuni mesi fa mi scrisse un preside dell’Inghilterra occidentale, dicendomi che aveva letto il mio piccolo libro e aveva chiesto ai suoi studenti e staff di trarne un musical. Per l’evento furono coinvolte 4 scuole e oltre quattrocento studenti. Quando andai alla cattedrale cattolica per partecipare alla performance, rimasi sbalordito. Avevano creato qualcosa di nuovo dal libretto, qualcosa che era loro – il CD uscirà a breve. Il mio libro aveva acceso la loro creatività e creato nuova poesia. Hanno usato alcuni dei miei testi, ma le canzoni erano loro proprie.

 

Quindi la predicazione del vangelo avviene solo quando l’ascoltatore è in grado di trarne un nuovo senso che il predicatore non avrebbe potuto prevedere. Oggi, nella Chiesa, le tensioni sono spesso fra generazioni. I giovani, almeno in Gran Bretagna e negli USA, spesso hanno una comprensione della Chiesa diversa rispetto alle generazioni precedenti. È spesso descritta come più “conservatrice”, anche se penso che non sia sempre di aiuto. Questo può essere doloroso per i vecchi sessantenni “liberali” come me. Ho sentito persone della mia generazione dire che tutto il nostro lavoro è stato tradito e compromesso, e così via. Ma la mia fede è stata trasmessa proprio quando ho lasciato che diventasse diversa con la nuova generazione. Quando siamo di fronte alle differenze nella Chiesa allora dobbiamo comprendere l’avventura immaginativa dell’altro. Forse avrà un’aria familiare, anche se potrebbe non essere chiaro al momento.

 

Sicuramente questa trasmissione è sempre creativa e artistica. C’era un giovane prete a Cracovia, chiamato Karol Wojtyla, noto come poeta e drammaturgo. Quando il Primate di Polonia, il cardinal Wyszyski, era in cerca di un nuovo vescovo ausiliario di Cracovia, Wojtyla era in fondo alla lista. Era un sognatore, un poeta, un uomo con la testa fra le nuvole. Wyszyski cercava uno che combattesse i comunisti, conoscitore di politica. I comunisti erano tutti a favore di Wojtyla per le stesse ragioni, e furono felici quando finalmente fu nominato. Wojtyla credeva nel teatro della resistenza. Credeva che l’unica maniera di opporsi al comunismo fosse arricchire l’immaginazione dei polacchi dandogli parole belle. Una delle ragioni per cui fu una tale minaccia per i comunisti, era che Wojtyla era profondamente radicato nella cultura polacca; parlava polacco meglio dei comunisti3. Quando i polacchi poterono finalmente immaginare un mondo diverso, un mondo radioso, allora quello noioso e squallido del comunismo semplicemente crollò.

Ovviamente non tutte le interpretazioni sono valide, alcune, infatti, sono tradimenti. Come distinguere le valide nuove interpretazioni dalle illegittime è una questione complessa per cui io non ho il tempo né la competenza per discuterne adesso. In un certo senso dobbiamo fidarci dell’intero Corpo di Cristo per distinguere nelle nuove interpretazioni quelle creative e fedeli da quelle sterili. Alcune nuove interpretazioni di un quartetto di Beethoven sono meravigliose e illuminanti, altre semplicemente sbagliate.

 

Il film termina con la scena dei monaci che salgono sulla montagna per andare verso la loro morte. Scompaiono in una tormenta di neve. Alla fine, siamo lasciati senza niente, solo un paesaggio vuoto. Sembra la loro sconfitta. Questi uomini buoni sono stati distrutti. Il male ha vinto. Ma sono pronto a scommettere che non era così che si sentivano le persone a Oxford (in the cinema) , nemmeno chi non credeva nella fede cristiana dei monaci. Al contrario, è stata una sorta di vittoria. Non è che hanno fatto solo ciò che era giusto. Le nostre immaginazioni sono state toccate da una sconcertante vittoria della bontà. Il trionfo sicuramente era nella tenerezza di fronte alla morte. Mente si aiutano a vicenda, dolcemente, verso l'inevitabile, da qualche parte si vede la vittoria di una bontà che nessuna violenza può estinguere.

 

Ogni società ha bisogno di una storia sulla vittoria della bontà. Altrimenti le nostre sofferenze sono senza significato e le nostre speranze infondate. I salmi sono pieni di rabbia contro la prosperità dei cattivi. Perché loro prosperano quando i buoni sono poveri e infelici? Spesso ci è offerta la consolazione che al malvagio si sta preparando una grande sorpresa! Dio avrà la sua rivincita. Ma, ovviamente, nel Nuovo Testamento, siamo portati a una nuova comprensione della vittoria del bene. Cristo si rifiuta di chiamare gli angeli per esser salvato dalla morte. Perdona i suoi nemici dalla croce, e la sua apparente sconfitta è paradossalmente la vittoria dell’amore di Dio.

 

Tutti lo conosciamo in teoria. Questa è la storia cristiana che ha plasmato la nostra cultura occidentale. Le nostre città sono piene di chiese in cui troviamo l’immagine del Messia crocifisso. Ma Pietro e gli altri apostoli non poterono afferrarlo quando Gesù rivelò che avrebbe dovuto soffrire e morire. Volevano un Messia che avrebbe sbaragliato il nemico. Ma, duemila anni dopo, questa rimane l’immagine dominante della vittoria della bontà. La maggior parte dei film conduce ad un epilogo finale, dove il buono e il cattivo sono bloccati in combattimento. E – sorpresa! – il buono spazza via il cattivo. Questa è la nostra catarsi. Il mondo è OK ancora per qualche ora, prima di trovare il prossimo cattivo di turno da distruggere. Se siamo fortunati, prenderà la forma di un procedimento giudiziario in cui un bravo avvocato strapperà la vittoria all’ultimo minuto e così il cattivo andrà in prigione. Come disse la giornalista americana di cronaca nera4 Jane Malcom: «Abbiamo preso il killer. Non vi preoccupate. Potete andare al parco. Non succederà nulla»5.

 

Molto spesso il buono vince uccidendo il cattivo. In due serate consecutive ho visto due film, Avatar e Sherlock Holmes. Non potevano essere più diversi. Il primo era a proposito di Californiani blu, alti due metri e mezzo, abitanti nel futuro su di un pianeta lontano, e il secondo sul nostro grande detective inglese che risolve crimini terribili nella Londra del  diciannovesimo secolo. Però terminano nella stessa maniera, con la sparatoria all’OK Corral. Ecco come i nostri contemporanei vedono la vittoria del bene. John Wayne spara al cattivo. Quando Osama bin Laden fu ucciso, la parola in codice per l’operazione fu “Geronimo”, il nome di un capo Apache, la morte di un nativo americano.

 

Così, dopo duemila anni di Cristianesimo, la nostra società continua a vivere con un’immaginazione in gran parte pre-cristiana. La verità della nostra fede, di nuovo, non può esser trasmessa solo con piatte affermazioni. Facciamo tentativi ripetuti all’infinito per intravedere ancora quella fede  straordinaria. Come disse T. S. Eliot:


Non smetteremo di esplorare

E la fine della nostra esplorazione

Sarà di arrivare dove siamo partiti

E conoscere quel luogo

per la prima volta6.

 

Il film sui Trappisti ci ha portato fin lì, perché ognuno di loro dovette fare il viaggio per una diversa comprensione della vittoria del bene. Nel suo diario il Priore scrisse, ormai prossimo alla morte: «Signore, disarma me e disarma loro»7. Entriamo nella trasformazione immaginativa necessaria per vedere questi terroristi come i nostri “fratelli dalla montagna”, come usavano chiamarli i monaci.

 

Permettetemi di arrivare al punto finale. Questo film sicuramente ci commuove perché qui sentiamo la vicinanza di Dio, anche se è apparentemente assente. C’è una bellissima scena in cui fra Luc, il vecchio dottore del villaggio, chiacchiera con una giovane ragazza musulmana. Lei si chiede se è innamorata e vorrebbe sapere se fra Luc ha mai amato. Lui le condivide che sì e aggiunge, anche se non ricordo bene le parole esatte: «Ma poi ho trovato un amore più grande». Testimonia l’amore più grande essendo se stesso. È diventato uno tramite cui è possibile incontrare quell’amore più grande, carne e sangue con noi.

 

C’è una diffusa sete della vicinanza di Dio. Un nome per Gesù è Emmanuele, “Dio con noi”. Fin dall’inizio del Cristianesimo siamo stati sbalorditi da questa verità e l’abbiamo persa una ed altra volta. Dio diventa carne e sangue, e noi abbiamo spinto Dio indietro in cielo. La sua intimità è troppo inquietante. La desideriamo e la temiamo. Thomas Matthew ha sostenuto che una delle ragioni per cui il Cristianesimo ha convertito l’Impero Romano fu che l’arte cristiana dava un barlume di Dio che davvero è diventato uno di noi: quelle immagini nelle catacombe, quei meravigliosi mosaici sbalordirono perché Dio era stato portato vicino. «Si mostrò un dio dei “piccoli uomini”, un dio “terra-terra” … , un dio che si prende cura, preoccupato se stai perdendo la vista o sei piegato dall’artrite, o soffri problemi mestruali… Improvvisamente Dio fu visto camminare in mezzo alla sua gente, toccando, accarezzando, confortando, premendo le sue mani calde datrici di vita su di loro… Questo fu un potere assolutamente nuovo, e la concorrenza non aveva nulla per uguagliarlo»8.

 

Ma allora Dio fu spinto di nuovo in cielo e divenne Christus Victor, il Cristo vittorioso. Nel XIII secolo san Francesco sviluppo una devozione al presepe in modo tale che noi possiamo immaginare di essere lì. A inventarlo sembra che fu una eremita, qualche anno prima. Così scrisse Francesco al signore di Greccio: «Se desiderate che celebriamo il Santo Natale a Greccio, allora affrettatevi e preparate quanto vi dico. Vorrei rappresentare la nascita del Bambinello così come avvenne a Betlemme, così che la gente possa vedere con i propri occhi le durezze che soffrì da infante, com’è stato deposto sul fieno in una mangiatoia, con un bue e un asino attorno»9. Il bue e l’asino erano lì per respirare sul bambino Gesù e tenerlo al caldo. Margery Kempe, nel XV secolo, immaginò se stessa aiutando Maria a fasciare il neonato e, dopo la crocifissione, preparando per Maria «una buona bevanda calda di gruel e vino speziato»10.

 

Nel 1923, Max Ernst dipinse Maria mentre sculacciava il bambino Gesù11. La gente rimase scandalizzata. Il quadro dovette esser rimosso dalla mostra e chiuso a chiave. Ma probabilmente il vero scandalo è che Dio si sia permesso di venire così vicino a noi come un bambino che strilla, e che probabilmente ha ricevuto qualche volta delle sculacciate.

 

I nostri contemporanei desiderano sentire che Dio è vicino. Mick Jagger dei Rolling Stones scrisse: «Tu non vuoi camminare e parlare di Gesù/ Tu vuoi solo vedere il suo volto». Anche Madonna ha scritto: «Gesù Cristo guardami/ Non so chi dovrei essere»12. E una canzone di Joan Osbourne è intitolata “E se Dio fosse uno di noi”.


E se Dio fosse uno di noi? /

Solo uno sciattone come uno di noi

Solo uno sconosciuto sul bus / Cercando di fare la sua strada

verso casa.

 

Come possiamo trovare di nuovo questa vicinanza di Dio, come uno di noi? Quali sono stati i momenti in cui lo avete intravisto tale, se mai vi è capitato? Permettetemi di condividere un momento in cui per me Dio era là. La più commovente Eucaristia che ho celebrato è stata a Parigi. Era la messa di Natale per i barboni, celebrata in una grande tenda al centro di Parigi. Il prete era un domenicano spagnolo, Pedro Meca, che vive come un barbone sulle strade di Parigi e torna nella sua fraternità una volta a settimana solo per una doccia e un buon pasto. Credo che i confratelli sperassero che si facesse una doccia prima di mangiare! Tutti gli indigenti, i senza tetto, i barboni furono invitati. Vennero circa un migliaio. Fu una celebrazione ricca d’intensa e a volte confusa felicità. L’altare era fatto di cartone, per celebrare il Cristo che era nato per coloro che vivono in scatole di cartone tutti i giorni. Quando Pedro stappò la bottiglia di vino al momento dell’offertorio, risuonarono applausi. Poi tutti furono invitati a un eccellente banchetto. Dio era con noi.

 

Ho provato a esplorare perché questo film, Gli uomini di Dio, sbalordisce la gente. Credo che incarni molti elementi dell’immaginazione cristiana, anche se il regista non è cristiano. Il nostro senso del trascendente è mediato attraverso persone particolari. Solo persone particolari, nella propria ipseità, possono portarci vicino al Salvatore che si è fatto persona particolare. Vediamo che questa trasmissione immaginativa non accade se la consegniamo su un piatto. Ognuno deve percorrere la sua strada, come hanno fatto quei monaci. E ogni momento dell’illuminazione sarà in qualche modo differente. Credo che il film risvegli in noi tutto il desiderio che il bene vinca, ma non nella maniera viziata di come la nostra società vorrebbe. E che il bene sia visto essere vicino a noi, in questi fragili, vulnerabili, monaci, persone come noi, nel quale Dio è già presente.

 

Timothy Radcliffe op