Testimoniare l'amore, non la forza

Intervento all'Assemblea Ecclesiale 2011, 18 marzo, III sessione.

 

La testimonianza del Vangelo, a mio giudizio, richiede una considerazione previa.                                                                                                 

Cerco di spiegarmi bene, perché non vorrei essere frainteso. Quando si parla della sua testimonianza, bisogna riconoscere l'esistenza di almeno due livelli quello dell' idea e quello dell'immagine. Esistono dunque una idea e un'immagine di Chiesa, così come esistono una idea e un'immagine di Vescovo, di sacerdote e di cristiano.

Per idea intendo ciò che è essenziale, irrinunciabile, teologicamente fondante, eterno.

Per immagine intendo invece la concretizzazione storica di ciò che è essenziale ed eterno, la sua traduzione nel tempo, l'adattamento alle situazioni in continua evoluzione. L'immagine ha il carattere della mutevolezza e della variabilità. Può sembrare apparentemente secondaria e di poco conto, mentre ha il grande potere di rendere credibile o di tradire ciò che è eterno e immutabile. La mancata accettazione dell'esistenza di questi due livelli può portare a tanta confusione, come mi è parso di capire in alcuni confronti recenti in preparazione all'Assemblea quando qualcuno ha proposto possibili cambiamenti dell'immagine e ha scatenato reazioni di difesa dell'idea di Chiesa.

Se accettiamo i due livelli possiamo porci serenamente questa domanda: parlando di testimonianza, quale immagine di Chiesa vogliamo offrire agli uomini del nostro territorio?

Esemplifico ulteriormente, solo per farmi capire, non per dare una lettura sulla nostra chiesa. Se l'immagine di Chiesa che si vuole proporre oggi deve coincidere con tratti di visibilità/vistosità, di rilevanza sociale, di forza e potere, di ricchezza e di lusso, di uso disinvolto del denaro, di forte legame con i poteri socio-politici fino alla possibile sovrapposizione; se la Chiesa vuole offrire esclusivamente certezze oggettive assolute, garantendo un'immagine vincente e dominante e, di conseguenza, proponendo una linea pedagogica dove la dimensione soggettiva è collocata in ambito insignificante, allora si sceglierà un modello di testimonianza.

Se invece l'immagine di Chiesa che si vuole proporre è basata radicalmente sulla fede e sull'amore, su forme di umiltà, di distacco da ogni forma di potere, di povertà e sobrietà segno di un amore che accoglie indistintamente tutti; se la chiesa vuol presentare il volto della condivisione, della compagnia, della misericordia, della scelta di campo della fragilità umana, della scelta preferenziale del povero; se questa immagine è trasmessa con una pedagogia del dialogo tendente a far maturare in autonomia le persone e ad abilitarle alla capacità di disporre di sé nelle scelte in tutta libertà, allora dovrà mettere in campo un altro modello di testimonianza.

L'immagine, che potremmo anche chiamare stile, non è poi così banale, ma è capace di condizionare, di rendere credibile o meno l'idea, i contenuti più alti della chiesa. Certo si tratta di due livelli diversi, che vanno pure distinti, ma mai separati. Uno ha bisogno dell'altro.

A mio giudizio, il grande e millenario fascino della proposta di Gesù sta sicuramente nella sua identità, ma anche nella perfetta combinazione tra il contenuto della sua proposta e lo stile scelto per offrirla agli uomini.

Per questo cerco sempre nel Vangelo di Gesù non solo i contenuti, ma anche lo stile vero per testimoniarlo.