I laici nella Chiesa

 

Nella prima serata dell'Assemblea ecclesiale, la maggior parte delle voci sono state favorevoli allo sviluppo delle ministerialità laicali. Non sono però mancate incertezze sul vocabolario che impieghiamo, come ha notato don Franco Manenti, e alcuni rilievi critici. Ecco la sintesi di una relazione tenuta da Marco Vergottini, docente alla Facoltà Teologica dell'Italia settentrionale al Centro di Orientamento Pastorale.

 

Il teologo milanese ha mostrato il "filo rosso" dei laici nel processo storico della chiesa, individuando "quattro macro-modelli ecclesiologici": la "chiesa apostolica" (con la partecipazione di tutti i battezzati al nuovo popolo di Dio in una varietà di carismi e ministeri); la "chiesa dei martiri" (in cui non vengono meno le ragioni dell'unità del corpo ecclesiale); la "chiesa in epoca di cristianità" (con la separazione netta fra vescovi, sacerdoti, monaci, da una parte, e fedeli laici, dall'altra); la "chiesa in età moderna e contemporanea" (dove vi è la fioritura di un nuovo impulso alla promozione e alla riscoperta dei carismi laicali nell'ambito della comunità tutta intera ministeriale). La "pietra miliare" per una teologia del laicato ha come testo conciliare di riferimento LG n. 31. Vergottini ha fatto notare che «quanti rinvengono lo specifico del cristiano laico nell'ordinare le realtà temporali secondo Dio, si preoccupano al contempo di reclamare con forza una corretta esegesi dei testi conciliari sulla natura dei laici, di contro ai tentativi di quella riflessione teologica che più "disinvoltamente" prospetta nuovi orizzonti per la testimonianza dei credenti comuni». Secondo LG 31, la "specificità" della vocazione laicale si realizza nella modalità "attraverso" cui (e non "nonostante" cui) il laico è chiamato a ricercare il regno di Dio trattando le cose temporali. Per teologo milanese, «l'istanza di una rinnovata teologia dei fedeli laici esige un esercizio di pensiero che oltrepassi il tentativo di una suggestiva (e azzardata) opera di restyling teologico-biblico del concetto di "laico", per giungere a mettere a fuoco la "figura" del credente, nella radicalità della sua scelta di fede alle prese con le condizioni ordinarie dell'esistenza».

Nel concilio risulta aperta e problematica la questione sulle effettive "modalità" in cui il binomio "laici-Vaticano II" si è configurato tanto nel momento originario, quanto sull'impatto e sulla ricaduta che è dato riscontrare nella vita dei credenti e delle comunità locali. Per un certo verso, il concilio si avvalse della lezione del teologo Chenu, che riconosceva nel laicato un "luogo teologico in atto", e quella di Congar, che si spingeva a parlare di una vera e propria "ascesa al potere" del laicato cattolico.

Sul versante ermeneutico, secondo Vergottini occorre fuoruscire da quella retorica per cui ancora oggi si rappresenta il Vaticano II come il "concilio dei laici" per ricercare la sua intenzione più profonda in ordine alla comprensione del mistero e della missione della chiesa, entro cui soltanto è dato poter inscrivere la questione dei comuni fedeli, vale a dire i laici. Occorre prendere atto del ruolo cruciale che acquista il capitolo II di LG rispetto al capitolo IV, secondo il quale l'identità dei laici non può essere più compresa per differenza rispetto a quanti hanno ricevuto il ministero ordinato o abbracciato la vita religiosa, ma fondamentalmente a partire dalla vocazione comune a tutto il popolo di Dio.

Sul versante della teologia del laicato, Vergottini infine rilancia il suo compito: «È proprio sul piano delle condizioni fattive dell'appartenenza ecclesiale, del vivere secondo lo Spirito e della qualità buona dell'agire cristiano che il discorso dei laici esige una rinnovata considerazione e un nuovo innesto produttivo». Alcune piste che la teologia del laicato dovrebbe percorrere: la tematizzazione della figura del christifidelis; la chance di un fattivo inserimento di fedeli laici nel quadro di una collaborazione al ministero della chiesa; il rilancio dell'agire credente, chiamato alla testimonianza evangelica nelle condizioni quotidiane dell'esistenza; la riscoperta del legame simbolico fra esistenza ecclesiastica ed esperienza civile. Un interrogativo: di fronte alle potenzialità offerte dalle cifre dell'apostolato secondo le categorie di Apostolicam actuositatem, non si potrebbe accordare maggiore credito alla categoria della "testimonianza" nel quadro di una teoria della coscienza credente?

(Da Settimana, n. 6, 2011)