Essere cristiani nel XXI secolo

Chiudendo la prima serata dell'assemblea ecclesiale, il vescovo Oscar ha consigliato la lettura di Essere cristiani nel XXI secolo. Una spiritualità per il nostro tempo (Queriniana 2011), l'ultimo testo di padre Timothy Radcliffe, domenicano, già Maestro dell'Ordine dal 1992 al 2001, una straordinaria figura di frate che sa parlare a chiunque con un linguaggio lontano mille miglia dal clericalese, ma soprattutto capace, con umiltà e semplicità, di infondere coraggio per il futuro, del mondo e della Chiesa, senza mai dimenticare - da docente di teologia fondamentale e Nuovo Testamento - il riferimento ad un'autentica lettura della Parola di Dio, l'unica che dovrebbe guidare le nostre scelte. Alcuni passi dal primo capitolo.

 

Io sono cresciuto in una subcultura cattolica. Era una forma di vita, con i suoi pranzi e le sue solennità, le feste e i fasti, che scandivano spazio e tempo. Potevi riconoscere i cattolici perché il venerdì non si mangiava carne e il Mercoledì delle ceneri si avevano delle macchie scure sulla fronte, o meglio sul naso, per il semplice fatto che la mira del prete non era mai precisa. Il Venerdì santo gli uomini indossavano cravatte nere e le donne il lutto. Noi eravamo una famiglia profondamente cattolica, senza essere praticanti. Questa subcultura ha mantenuto viva una tradizione religiosa che interpretava l'esistenza e il mondo in termini di gratitudine e benedizione. Noi credevamo in un Dio che ascoltava le nostre preghiere, che ci amava e che nell'ora della nostra morte ci avrebbe fatto andare in paradiso. Non eravamo un genere di famiglia ossessivamente religiosa: amavamo i film e i giochi, e provavamo piacere nel mangiare e nel bere. Avevamo una schiera di amici che non erano cattolici e neanche cristiani, ma a tutti appariva evidente che la vita era orientata verso l'eternità.

Ora questa sottocultura sta in larga misura scomparendo, e si è fatto ancor più difficile vedere il mondo in modo diverso dai nostri contemporanei.

Dobbiamo evitare due tentazioni. La prima è quella di rinchiuderci in un ghetto. Lì potremmo tentare di ricreare la cultura cattolica del passato, ormai perduta. Potremmo formare una sorta di belle comunità cristiane, un rifugio confortevole dove si condividono le stesse convinzioni, si parla lo stesso linguaggio, ci si sposa l'uno con l'altro, perpetuando quella visione cristiana della vita ormai abbastanza singolare. Ci sarebbero anche dei vantaggi in tutto ciò. Nel Medioevo i monasteri benedettini costituirono delle isole di contro-cultura, sicché la cristianità poté sopravvivere. Ma se l'intera comunità inizia a diventare un ghetto, non possiamo più essere il volto di quel Gesù che era accogliente con tutti e invitava esattori di tasse e prostitute a sedersi a tavola e mangiare con lui.

La tentazione opposta è quella di essere assimilati alla società e di finire succubi del mondo secolarizzato. Uno potrebbe permettersi di affermare timidamente che Gesù è una cosa piuttosto buona, ma non a voce alta. In questo secondo caso il cristianesimo sarebbe destinato a morire. Era questa l'antica sfida del giudaismo: come evitare da una parte di essere imprigionato nel ghetto e dall'altra di scomparire all'interno della società. Il rabbino capo delle Assemblee ebraiche unite del Commonwealth, Jonathan Sacks, nel 1994 ha scritto un commovente libro il cui titolo suona: Avremo dei nipoti ebrei? Noi ci dobbiamo porre la stessa domanda: «Avremo, o meglio, avrete dei nipoti cristiani?». Come frate io non posso avere dei nipoti: un motivo di preoccupazione in meno!

Ritengo che per il cristianesimo l'unica via per crescere sia quella di mantener viva una cultura cristiana vivace, sicura di se stessa e vitale, e allo stesso tempo in interazione dinamica con la cultura contemporanea. Sarebbe bello se i vostri figli potessero crescere all'interno di una cultura cristiana nella quale ha un senso credere in Dio e nei santi, nelle benedizioni e nelle preghiere, ma nello stesso tempo aperti anche a tutto ciò che cristiano non è.

Fuori dalla mia finestra a Oxford c'è uno splendido sorbo montano. La condizione di un albero è frutto dell'interazione con l'ambiente in cui vive. Le sue foglie ricevono la luce del sole e la trasformano in amidi; le radici affondano nel terreno per ottenere il nutrimento e l'acqua; la corteccia è come un'epidermide vitale. L'albero esiste di per sé, certamente, ma è vivo soltanto per via delle sue molteplici interazioni con altro da sé: sole, pioggia e quando capita anche le deiezioni degli uccelli! Un albero ermeticamente isolato dal mondo sarebbe destinato alla morte. Il cristianesimo potrà crescere ancora solo mantenendosi in un'interazione dinamica con l'attuale cultura laica. L'albero è vivo ai bordi, su in cima, da ogni lato; è vivo con le sue foglie, con la corteccia e con tutte le radici. Anche il cristianesimo sarà vivo in quei luoghi dove interagisce con la cultura circostante ...

La maggior parte dei cattolici che io conosco ritiene che la dottrina sulla Trinità sia poco importante. Sarebbe teologia astratta, matematica celeste, come contare il numero degli angeli sulla capocchia di uno spillo.

Io tuttavia sono profondamente convinto che la dottrina sulla Trinità sia fondamentale per la nostra vita cristiana. Essere cristiani significa essere battezzati nella vita della Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo. Ma allora cos'ha a che fare la dottrina della Trinità con il XXI secolo? Cosa potrebbe significare per i ragazzi alle prese con la disoccupazione? Cosa ha a che fare con la violenza al centro delle nostre città, con il dialogo coi musulmani? Io penso che questa dottrina sia il dono più grande che noi siamo in grado di offrire al nostro mondo moderno. Non esiste essere umano che non cerchi l'amore da qualche parte. Per gran parte delle persone è questo il vero significato della vita.

Qui c'è l'amore per tutti coloro che lo cercano: l'amore di perfetta parità, libero da ogni rischio di dominazione o manipolazione. Si tratta di un amore che è assolutamente non patriarcale, che dà esistenza all'amato e lo lascia vivere. È l'amore attraverso il quale il Padre dona ogni cosa al Figlio, persino l'uguaglianza quanto a divinità. Quando un adolescente sperimenta la sua prima infatuazione, sta muovendo i primi passi nello studio della Trinità. Quando i genitori imparano ad amare i loro figli, e li aiutano nel lungo percorso verso l'età adulta, l'amore trinitario è ancora in azione. Un dio che fosse soltanto un essere solitario, intrappolato in un isolamento eterno prima della creazione del mondo, potrebbe anche essere affezionato a noi, ma sarebbe incapace di amarci nel senso cristiano, perché noi non potremmo mai essere sul suo stesso piano. Questo dio potrebbe al massimo essere affezionato a noi come noi lo siamo al nostro cane. Peraltro, capita che molti Inglesi amino i loro cani ben di più dei loro mariti o delle loro mogli!

E questo è il motivo per cui il nostro Dio si fa uomo in un contesto di dialogo.

L'intero Vangelo di Giovanni è una serie di conversazioni nelle quali Gesù colloquia, di notte, con Nicodemo; si intrattiene con una donna al pozzo (uno scandalo per i discepoli, che ritengono che lui non dovrebbe parlare con una donna di dubbia reputazione); parla con un uomo nato cieco, quando a costui nessuno rivolgeva la parola. L'intera ultima cena è una lunga conversazione. Gesù discorre con Ponzio Pilato, finché questi non tronca la conversazione: «Che cos'è la verità?» (Gv 18,38). E al mattino di Pasqua il dialogo risorge dalla morte quando il Risorto si rivolge a Maria Maddalena nel giardino: «Maria!», «Rabbunì!» (Gv 20,16)...

Così, se l'albero della chiesa deve essere vivo, noi dovremmo parlare della Trinità con gli uomini e le donne del nostro tempo e imparare a questo riguardo da loro, anche nell'eventualità che essi non siano cristiani. E' necessario per noi leggere gli scrittori, guardare i film, ascoltare le musiche di quelli che meglio capiscono l'amore, senza curarci se si tratti di cristiani o no. ..

In genere i nostri modi di vedere il mondo sono profondamente dualistici: giorno/notte, buono/cattivo, bianco/nero, maschio/femmina, corpo/anima. Spesso questi dualismi sono il segnale delle opposizioni che conferiscono identità: noi/loro, giusto/sbagliato, repubblicano/democratico, sinistra/destra, gesuita/domenicano! La nostra politica, i nostri sport, le nostre questioni e rivalità d'amore: tutto di solito è dualistico. Ma ritrovare noi stessi in un amore trinitario significa essere liberati da queste opposizioni binarie. Ritroviamo noi stessi dentro all'amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre che è lo Spirito santo. Questo è un amore che è assolutamente reciproco, ma fecondo al di là di se stesso. Quindi essere coinvolti all'interno della vita trinitaria ci conduce al di là delle anguste e limitate infatuazioni, degli antagonismi in cui sono confinati gli esseri umani. Siamo condotti dentro uno spazio che è sempre più grande.

Così la Chiesa può prosperare solo se riusciamo a impegnarci sul piano della fantasia insieme ai nostri contemporanei... Dobbiamo stare con le persone, condividere i loro problemi, porci al loro fianco in ascolto del vangelo e degli insegnamenti della chiesa, e solo allora potremo andare a scoprire insieme una parola che va condivisa.