Chiesa di Crema, ti scrivo

Cara Chiesa di Crema,

sono uno dei tuoi laici che è in attesa dell'Assemblea di marzo.

Che cosa significa scrivere una lettera a te? Significa che provo a guardarmi un po' dentro, a far parlare il cuore, oltre che il cervello. E provo a condividere quello che sento con chi vorrà leggere.

E' grazie a te, se ho potuto conoscere qualcosa di Gesù di Nazaret. E' grazie a te, se ho potuto intuire che nella sua umanità trasparente si rivela il volto di un Padre che mi ama sempre e comunque e che mi rende capace di amare, al di là delle mie fragilità.

Io credo che che ci sia bisogno di te, che sia bello che tu ci sia. Non perché sei importante alla maniera di chi ha ricchezza o potere. Non perché essere cristiano renda qualcuno migliore di altri. Ma perché c'è bisogno di segni che aiutano a capire che la vita non è l'avventura solitaria di un fiore che nasce al mattino e dissecca la sera per poi perdersi nel vento... Se Gesù è risorto, ogni attimo della nostra vita è amato, benedetto e salvato. Quelli gioiosi come quelli tremendi, le lacrime e i sorrisi.

Oggi questa speranza è più opaca. C'è un modo di pensare materialista e individualista che ignora Dio. C'è un modo di vivere che si basa sulla gratificazione istantanea del consumismo. E c'è bisogno che tu ti faccia capire meglio, che i segni che offri siano più eloquenti, che la testimonianza sia più credibile.

E' il mondo che cambia. E' già cambiato. Non sono cose da intellettuali. Lo si vede a scuola, sui posti di lavoro, nelle famiglie, in politica...

Infatti, il papa sostiene che la religiosità deve trovare nuove forme espressive e di comprensione (Luce del mondo, p. 192). Così come il vescovo Oscar ci ha invitati a riconoscere che "certe espressioni della fede hanno fatto il loro tempo, ma ora sono chiamate a farsi da parte per lasciare il posto ad altri linguaggi, ad altre espressioni".

La sfida è grande. Per questo ci tengo all'appuntamento dell'Assemblea. Nessuno ha tutte le risposte in tasca. Siamo tutti coinvolti. Siamo tutti responsabili del domani della nostra Chiesa e dobbiamo camminare insieme. Ciascuno può portare il suo contributo.

Certo, dobbiamo impegnarci a convertirci innanzi tutto dentro, a pregare. Certo, non dobbiamo pensare che tutto dipenda da schemi e progetti stesi a tavolino, ma fare i conti con la realtà e l'esperienza. Però, queste non possono essere scuse per fare qualche bel discorso senza poi muovere una foglia. Altrimenti, vuol dire girare le spalle e fare finta di niente.

Non dipende tutto da noi, per fortuna. Lo Spirito farà  la sua parte, ma con noi, non senza. Se non facciamo alcune scelte forti tutti assieme, ce ne laviamo le mani!

Mi porto dentro tre pensieri.

1) In che misura le nostre comunità sono attente alle persone e alle loro vite, soprattutto di chi è più in difficoltà? Non ci concentriamo troppo sul "dare i sacramenti", come se fossero slegati dal resto dell'esistenza? Come dare speranza oggi alle situazioni personali, ma anche a quelle che riguardano la vita civile? Vorrei che nelle nostre comunità trovassero più posto l'affettività, la fragilità, il lavoro, gli stili di vita, anche a partire da questioni molto concrete dibattute nel nostro territorio come l'accattonaggio, le scelte energetiche, gli asili nido...

2) In che misura le nostre sono fino in fondo comunità, dove tutti possono trovare un'identità, un ruolo in base ai propri carismi? Non mi sento in concorrenza con i preti, né mi sogno di farne a meno o di volerli sostituire. Preti e laici, però, si devono integrare, completare. Se no, dov'è la comunione? Come riconosciamo la nostra vocazione, la nostra chiamata? Come la realizziamo? Altrimenti, la parrocchia non è la casa di tutti, ma un ambiente dove partecipare ad alcune iniziative religiose o di socializzazione. Le unità pastorali possono essere un'occasione importante per costruire delle parrocchie luoghi in cui tutte le vocazioni vengano riconosciute e valorizzate.

3) Non siamo gli unici che si pongono questi interrogativi. In altre diocesi ci sono riflessioni ed esperienze in atto. Non è importante cercare di conoscerle per capire che cosa ci possono suggerire? Non è necessario evitare che i cambiamenti, soprattutto per quel che riguarda le unità pastorali, siano stabiliti a tavolino, ma preparati con le comunità, cercando di capire insieme quali scelte sono più opportune?

Christian Albini (blog Sperare per tutti)