Preti: il valzer dei numeri

E' diventato ormai un classico dell'informazione giornalistica raccontare la forte divergenza nel conteggio dei presenti a qualche manifestazione pubblica. Si sente spesso dire: secondo gli organizzatori i partecipanti erano un milione, secondo la questura trecentomila. Mi sembra stia avvenendo la stessa cosa in diocesi nel caso delle statistiche che riguardano i preti di oggi e dei futuri venti anni.

Le statistiche, si sa, possono essere lette e soprattutto interpretate da prospettive assai diversi, con valutazioni veramente differenti. Un esempio? Eccolo.

"Due amici, seduti sulla panchina di un parco, stanno leggendo il giornale. Uno dei due commenta ad alta voce: secondo questa statistica, ad ogni mio respiro, muore un uomo nel mondo!L'altro gli risponde: è meglio che tu faccia qualcosa per curare il tuo alito!".

Scherzi a parte, io credo non debbano essere i numeri a preoccuparci. Infatti, la natura da una parte e la Provvidenza dall'altra, agiscono con criteri difficilmente prevedibili e governabili.

Non sono primariamente i numeri a dover attirare la nostra attenzione, ma le persone rappresentate da questi numeri. In tal caso sarebbe più corretto domandarci non quanti sono i preti oggi e quanti saranno tra vent'anni, ma piuttosto chi sono questi preti, come vivono la situazione della chiesa e del mondo di oggi, come si pongono nel loro ministero, in particolare in rapporto alla comunità.

Su questo si deve aprire coraggiosamente il dibattito all'interno della nostra Chiesa, interpretando i numeri, sulla scia della saggezza di Giuseppe davanti al sogno del faraone delle vacche grasse e delle vacche magre. (Gen.41)

Se ne parla già, è vero, ma troppo spesso in contesti informali e con toni di lamentela gratuita e non di critica costruttiva.

Mi capita spesso, come credo capiti a tanti miei confratelli, di ascoltare persone che parlano del prete della loro parrocchia. Di fronte alla sfilza di lamentele, il più delle volte è così, rifletto sulla mia situazione e concludo: "a me non sembra di essere così, di fare le cose di cui questa gente si lagna." E poi aggiungo: "Perché allora non ottengo le risposte che potrei attendermi nella mia azione pastorale?".

Mi rendo conto solo successivamente che le mie considerazioni e quelle della gente nascondono entrambi un'attesa insoddisfatta, di cui purtroppo si parla solo nella forma della lamentela o della colpevolizzazione.

Perché non favorire realmente luoghi dove ci si possa confrontare liberamente, seriamente e con rispetto tra sacerdoti, laici e comunità? L'Assemblea ecclesiale, non potrebbe essere un'occasione privilegiata?

Ciascuno di noi ha una sua immagine di sacerdozio, di laicato,di comunità e di esperienza cristiana. Queste visioni diverse non conducono necessariamente a contrasti ed opposizioni, potrebbero invece portare arricchimento e tracciare nuove vie per il futuro della chiesa e quindi anche del sacerdozio. Eppure si respira un'aria stana. Se un prete chiede ai laici di riconsiderare l'esperienza cristiana e i ruoli di ciascuno, subito si conclude che vuole scaricare su altri le sue responsabilità. Se un laico propone di valutare la sua effettiva ammissione ad un ruolo di corresponsabilità, subito si dice che vuole sostituirsi al prete.

Di questo passo si verifica quanto è già sotto i nostri occhi: i sacerdoti lasciano le parrocchie, e non solo per raggiunti limiti di età, mentre i laici si staccano dalle comunità e rinunciano a vivere il loro impegno nella chiesa.

Non basta citare i documenti per trovarci tutti d'accordo, bisogna anche ascoltare il cuore e la mente delle persone, perché questo è segno di amore e di sicura fecondità per la chiesa che genererà sempre nuovi figli nel laicato e nel sacerdozio.