Una parrocchia possibile

Per rinnovare il volto delle nostre comunità cristiane, abbiamo bisogno anche di confrontarci con esperienze in atto. Riportiamo la testimonianza di un giovane di Bologna che esprime uno stile pastorale missionario.

E' venerdì e un gruppo di una dozzina di ragazzi si ritrova per preparare la cena dei "barboni" che dormono alla stazione centrale di Bologna. Una parte di noi fa il "giro" dei negozi per raccogliere pane, salumi e brioches che non sarebbero vendibili all'indomani. Poi ci si raduna in parrocchia dove altri, specie i minori di 16 anni che non possono andare in stazione, tagliano il pane e imbottiscono i panini, dividendoli tra formaggio (per i musulmani) e carne. E magari pensi che qualcuno riceverà in mano ciò che stai preparando e che quello sarà tutta la sua cena, o il primo pasto decente da giorni. In un'ora si incartano fino ad una cinquantina di panini.

Verso le otto e mezza i sacchi sono pronti e si cena nella canonica che è la casa dei nostri tre preti ma è anche un porto di mare dove telefono e campanello squillano ininterrottamente e dove i parrocchiani, i migranti e chiunque voglia può vivere una vita di comunità per periodi più o meno brevi, due giorni o due anni. E' essenziale per gli autoctoni la cena: è obbligatorio mangiare tutti assieme e non parlare al cellulare pena il lavaggio dei piatti. Si apparecchia per una mezza dozzina di persone in più e a tavola puoi incontrare un venezuelano capo-scout, un elettricista afghano o un ragazzo ai domiciliari, oltre a una serie di parrocchiani altrettanto improbabili.

Dopo cena arrivano altri ragazzi. Ci si ferma in chiesa dove a turno uno di noi guida un momento di preghiera. Bastano dieci minuti e si è fuori a caricare sui furgoncini e sulle auto i cibi e il the caldo. Si arriva al Piazzale Est della stazione verso le 9, dove il grosso dei senzatetto attende impaziente noi e i nostri "colleghi" di Crevalcore che, oltre ai viveri, portano il prete. Appena arrivati si forma un cerchio per un Padre Nostro, mischiati ai barboni. Ci mettiamo a semicerchio in coppie, ognuna delle quali distribuisce qualcosa di diverso alla maniera dei self-service: i panini, da bere, la frutta e le brioches o i cioccolatini, quando ci sono.

Non si tratta solo di sfamare gli affamati ma di parlare, dare attenzione, trattarli da esseri umani spesso solo tramite un gioco di sguardi che vale più delle parole. Non tutti si fermano a chiacchierare, ma i pochi che lo fanno hanno storie sbalorditive: di viaggi, di figli lontani, di speranze e di manrovesci della fortuna che li hanno portati in quella situazione.
I più adulti, se avanza qualcosa, vanno alla ricerca di quelli che, per orgoglio o sfinimento, sono restati nei loro "rifugi": i sottopassi e i passaggi tra un edificio e l'altro, dove si è più riparati dal vento. Le situazioni più toccanti si trovano in sala d'attesa dove il caldo richiama i più deboli. Verso le 11 si ritorna a casa con qualcosa dentro.