Quale gioia, oggi?

 

III domenica Avvento A  (Isaia 35,1-6.8-10; Giacomo 5,7-10; Matteo 11,2-11).

La gioia è diventata una sconosciuta?

 

Le letture di questa domenica hanno nella gioia un cardine; una gioia inimmaginabile, che ha dell'incredibile, quella del fiorire del deserto e della terra arida (Is 35,1). In questi tempi di angoscia e pessiminsmo sembra fuori luogo parlare di gioia. Al massimo, si cerca un po' di evasione dalle preoccupazioni. I privilegiati sono quelli che possono comprarsi i momenti di euforia dei lussi e dei vizi che il denaro permette, mentre la massa li guarda e desidera imitarli.

Anche i credenti fanno fatica a vivere la gioia. Spesso siamo come Giovanni Battista. Attendeva un Messia duro e intransigente, che facesse piazza pulita degli ingiusti, come si pulisce l'aia con la pala per bruciare la paglia nel fuoco (Mt 4,12). E' una voglia di giustizia distorta, che in realtà non ha fiducia nei progetti di Dio, ma proietta su di lui i nostri schemi e le nostre idee. E' rassicurante crederci dalla parte del bene, ma così non facciamo altro che foderare il nostro cuore di dottrina e di sentenze.

Gesù indica a Giovanni un'altra strada: i ciechi che riacquistano la vista, gli zoppi che camminano, i lebbrosi purificati, i sordi che tornano a udire, i morti che risuscitano, il Vangelo annunziato ai poveri (Mt 11,5).

La paglia che brucia è la durezza del nostro cuore, è il cambiamento di noi stessi. Allora siamo noi a divenire operatori di giustizia, a impostare le nostre relazioni e le nostre scelte, personali e civili, all'insegna del dono gratuito e della condivisione, piuttosto che ergerci a censori. E' un fare giustizia che diffonde gioia intorno a noi. Ma questo può venire solo dall'immersione nella preghiera, dall'ascolto continuo della Parola, dalla disponibilità nuda allo Spirito. Solo l'amore è credibile e persuade gli altri, perché pone segni controcorrente e dimostra che un altro mondo è possibile.

Se ci incamminiamo su questa strada, la gioia non sta nell'essere al riparo dai mali del mondo, ma nell'avere fiducia che siamo in buone mani anche quando cadiamo, nel vedere e gustare sempre il bello del mondo e degli altri. Anche il deserto, nella sua desolazione, rifiorirà! Utopia? Illusione? In mezzo al frastuono che ci circonda, il credente ode l'eco dei passi di colui che viene.

Una mia alunna piange un amico del fidanzato, morto di tumore a 20 anni. Esplode la domanda: "Dio, dove sei? Dio, perché?". Nasce una decisione: diventare donatrice di midollo osseo per aiutare altri malati e combattere il dolore. Dio non sta in un perché, in una risposta costruita dai nostri ragionamenti, sta nella tessitura di amore che da un male può far nascere germi di bene. Il Signore ci invita a un'attesa fiduciosa: questi fiori cresceranno e ripopoleranno i nostri deserti.